«Presumibilmente il più grande banchiere centrale dei tempi moderni»

Di Francesco Paolo Marco Leti – «C’era un tempo non troppo lontano in cui fare il banchiere centrale era considerato un lavoro noioso e poco eccitante». Questo l’incipit di un famoso discorso del 2013 del Presidente uscente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, presso l’università di Amsterdam. Una frase che spiega molto dell’uomo pubblico Mario Draghi. Un predestinato, a cui il destino ha giocato più di una ironica sorpresa.

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Giovane studente del più grande economista italiano, Federico Caffè, scrisse una tesi fortemente critica sulla moneta unica e sul Piano Werner che gli fruttò una laurea col massimo dei voti. Il successivo dottorato al MIT rappresentò una delle svolte della sua carriera: mollata la visione keynesiana di Caffè, si convertì verso il pensiero economico mainstream, scrivendo la tesi sotto la supervisione di due mostri sacri del pensiero economico, come Franco Modigliani e Robert Solow. Dopo il dottorato, una carriera in discesa dedicata all’insegnamento fino all’ingresso al Tesoro come Direttore Generale, nominato da un altro ex banchiere centrale, Guido Carli, su indicazione del banchiere centrale all’epoca in carica, Carlo Azeglio Ciampi. Al Tesoro rimarrà un decennio, fino al 2001, anno nel quale accetta di entrare a lavorare in Goldman Sachs. Dopo lo scandalo suscitato in Banca d’Italia dall’agire di Antonio Fazio e le sue dimissioni, Draghi diventa banchiere centrale.

Il suo operare in tale incarico rappresenta una svolta: egli smette i panni del giocatore attivo nel controllo del settore bancario, per indossare quelli del supervisore; spinge ad una girandola di fusioni per rafforzare qualitativamente e in termini di dimensioni i gruppi bancari italiani; apre alla partecipazione bancaria nelle altre aziende, consentendo anche quella di soggetti non finanziari nel capitale bancario. I suoi sono gli ultimi colpi ai limiti posti ai soggetti finanziari sanciti dalla Legge Bancaria del 1936 (R.D.L. 375/36).

da Gazzetta di Parma

Il primo novembre del 2011 diventa Presidente della BCE, durante la più tempestosa crisi finanziaria, e poi economica, dai tempi della Grande Depressione del 1929. In quel periodo, molti economisti pronosticavano la fine della moneta unica e la dissoluzione dell’area dell’euro a causa degli attacchi ai relativi paesi periferici e all’inazione politica delle Istituzioni europee, in particolare proprio della Banca Centrale. Mario Draghi cambiò tutto. Con il memorabile discorso del “whatever it takes”, rimise la museruola ai mercati e agli speculatori, facendo capire come l’inquilino della BCE non fosse lì come un orpello, per abbellire la tappezzeria, e che a rischiare con tale Istituzione europea si finiva bruciati. Sempre in quel discorso rinnovò le sue critiche alla costruzione dell’euro, sottolineando come la moneta unica fosse un calabrone, un «mistero della natura perché non dovrebbe volare e invece lo fa».

Mario Draghi ha cambiato l’operare della Banca Centrale: sotto la sua gestione, il Board della BCE si è distinto per un sempre maggiore interventismo, coprendo e nascondendo le lacune che le Istituzioni europee e gli Stati Membri creavano. Ha allargato a dismisura gli “attrezzi” del banchiere centrale, forgiando ed adottando politiche, quali i Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO), gli  Outright Monetary Transactions (OMT), fino al Quantitative Easing (QE), introdotto in Europa dopo essere stato usato con successo negli Stati Uniti. Proprio nel suo operare da banchiere centrale, ha accantonato le sue posizioni economiche precedenti per intervenire incisivamente nel tentativo di risollevare le sorti europee; ha mostrato di possedere una “visione” per l’Europa, in un periodo nel quale tutti agivano con manovre di piccolo cabotaggio; ha mollato le posizioni dogmatiche, figlie di un determinato pensiero e modus operandi, tipiche dell’eredità della Bundesbank, per indossare un elmetto – probabilmente non quello prussiano regalatogli dalla Bild all’inizio del suo mandato “a tutela del risparmio tedesco” e ora richiesto indietro – e sporcarsi le mani, usando la fantasia, per uscire dalla crisi, prima, e poi per schiodare il continente dalla deflazione nella quale sembra sempre più invischiato.

Durante la sua Presidenza, ha ricevuto forti critiche provenienti, quasi sempre, da quei Paesi del nord che vedevano nell’“italiano” una sorta di difensore delle politiche degli Stati «cicala». Una grossa ingratitudine da parte di quegli stessi Paesi che, in realtà, hanno più beneficiato dalle sue manovre di politica monetaria ultra-espansiva.

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Nell’ultimo periodo, di fronte ai limiti che iniziavano ad emergere sull’efficacia della politica monetaria espansiva, non si è arrestato: ha risfoderato il bazooka, ben sapendo come, nell’inazione dei Paesi europei circa politiche fiscali anticicliche (quindi espansive), quella monetaria sia l’unica politica suppletiva, benché non del tutto efficace. Nella comprensione dei limiti della politica monetaria, ha continuato a sferzare diverse volte i Capi di Stato e di Governo, durante i propri interventi, circa la necessità di politiche fiscali efficaci anticicliche, specialmente per i paesi con maggiori margini di bilancio.

Christine Lagarde

L’eredità che lascia al suo successore, Christine Lagarde, è pesante e difficile da sopportare. Verranno fatti confronti fra il suo agire e quello di “superMario”, anche se nel primo periodo la strada imboccata dall’attuale inquilino dell’Eurotower dovrebbe essere proseguita dal suo successore. Un bilancio finale dell’operato di Mario Draghi potrà essere fatto realisticamente soltanto qualche anno più avanti rispetto alla fine del suo mandato. Al momento, però, appare condivisibile il pensiero del premio Nobel Paul Krugman, citato nel titolo dell’articolo: «lui sembrerebbe intendersene di economia e banchieri centrali».


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