Egitto: nuova ondata di proteste, arresti e sparizioni

Di Valentina Pizzuto Antinoro – Il 20 e il 21 settembre migliaia di egiziani si sono riversati nelle principali piazze egiziane per protestare contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi, mentre quest’ultimo era in viaggio verso New York per partecipare alla riunione dell’Assemblea Generale dell’ONU.

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Salito al potere nel 2013 a seguito di un colpo di stato, il presidente al-Sisi ha da sempre attuato una politica repressiva di tutti i movimenti e le forze politiche contrarie al suo governo, arrestando i suoi oppositori.

Le inaspettate proteste sono scoppiate in seguito ad alcune dichiarazioni fatte dall’imprenditore edile Mohamed Ali, che ha svelato, tramite i suoi canali social, casi di presunta corruzione all’interno dei palazzi del potere egiziano. Dopo aver lavorato con l’apparato statale e militare egiziano, ha deciso di scappare in Europa con la propria famiglia e denunciare sui social network lo spreco di denaro pubblico per uso personale e per la realizzazione di opere inutili, mentre «30 milioni di egiziani dormono in mezzo alla strada».

Le sue denunce e i vari appelli rivolti al popolo egiziano hanno provocato lo scoppio di proteste nelle principali città egiziane, come Alessandria, Suez e al Cairo. «Il popolo vuole la caduta del regime», il grido dei manifestanti nelle piazze egiziane, riportano alla mente i ricordi di quei 18 giorni di manifestazioni del 2011 ricordati come la Primavera Araba che precedettero la caduta di Hosni Mubarak.

Nonostante gli appelli di Mohamed Ali abbiano portato il popolo egiziano a manifestare contro il regime, non sono mancate le polemiche nei suoi confronti: è accusato infatti di agire per interesse personale, dal momento che per anni l’imprenditore è stato uno dei 10 contractor del governo egiziano, mentre adesso si trova al sicuro in Europa.

Mohamed Ali

Durante le manifestazioni la polizia egiziana ha prontamente reagito disperdendo i manifestanti con gas lacrimogeni e bloccando i social network a oltre 500 siti web.

Tuttavia a cavalcare l’onda della manifestazione è proprio il presidente al-Sisi, che da quando è al potere ha sempre approfittato delle rare proteste del popolo egiziano per compiere arresti di massa e restrizioni delle libertà fondamentali. Secondo Amnesty International dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente al-Sisi. L’organizzazione ha dichiarato che le persone arrestate sono oltre 2300, tra le quali almeno 111 minorenni tra 11 e 17 anni: tra questi ultimi, almeno 69 rischiano di essere incriminati per “appartenenza a un gruppo terrorista” e “uso inappropriato dei social media”.

Grazie al lavoro di Amnesty International, sono stati documentati alcuni degli arresti avvenuti durante e dopo le manifestazioni. Primi tra tutti, a finire in manette e a subire rappresaglie vi sono gli attivisti per i diritti umani che in questi anni hanno operato in un clima sempre più restrittivo.

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Tra gli arrestati vi è anche Alaa Abdel Fattah, attivista e blogger, arrestato per la prima volta nel 2013 dopo avere partecipato alla protesta contro la legge che limita il diritto di manifestare. Condannato a 5 anni di carcere, dal 2017 è sottoposto al controllo giudiziario, secondo il quale ogni sera Fattah deve recarsi in una stazione di polizia alle 18 per poi essere rilasciato alle 6 di mattina. La famiglia ha riferito che dopo le manifestazioni, Fattah non è stato rilasciato e che il 29 settembre il suo avvocato Mohamed el-Baqer è stato accusato di appartenenza a un gruppo illegale e trattenuto nel palazzo della procura suprema in cui era entrato per difendere il proprio cliente.

Tra gli ex prigionieri nuovamente arrestati vi è anche Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog “Ossigeno Egitto”, in carcere per avere postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare di Fattah. Inoltre è stato documentato l’arresto di 10 giornalisti e di almeno 25 accademici ed esponenti politici accusati di aver diffuso notizie false o di far parte di reti terroristiche; tra questi vi è il giornalista ed ex segretario del partito Dostour (di ispirazione liberale) Khaled Dawoud e i docenti di scienze politiche Hassan Nefea e Hazem Hosny.

Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International, ha dichiarato: “Il governo del presidente al-Sisi ha orchestrato questa campagna repressiva per abbattere il minimo segnale di dissenso e ridurre al silenzio ogni dissidente. L’ondata senza precedenti di arresti di massa, che ha riguardato anche persone non coinvolte nelle proteste, invia un messaggio chiaro: chiunque sia considerato una minaccia per il governo sarà colpito”.


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