Un’economia per una vita più felice

Di Ugo Lombardo – «La ricchezza non produce la felicità». Già Aristotele si era pronunciato sul rapporto ricchezza/felicità, sbilanciandosi a favore di quest’ultimo e sostenendo, inoltre, che «è chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa infatti ha valore solo in quanto “utile”, cioè in funzione di qualcos’altro». Da Aristotele a Woody Allen, secondo cui  se la ricchezza non fa la felicità, figuriamoci la povertà. Entrambi, indirettamente e a loro insaputa, avevano descritto uno dei paradossi più famosi tra quelli scoperti dagli economisti negli ultimi decenni, cioè il paradosso di Easterlin (Easterlin Paradox), anche detto paradosso della felicità.

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Questo paradosso spiega come a livelli crescenti di ricchezza il benessere tende a diminuire. Più nel dettaglio, quando si confrontano Pil pro-capite di vari Paesi, si può notare come solitamente in quelli con un valore più elevato, la percentuale di cittadini che si definisce “abbastanza” o “molto felice” sia più elevata.

Sicuramente piccoli incrementi nel reddito portano a grandi incrementi nella quota di coloro che si definiscono “felici”, ma cosa succede se il reddito cresce oltre una certa soglia (pari circa a 15 mila dollari annui)? La correlazione positiva tra Pil e felicità tende progressivamente a scomparire anzi, superata quota 30 mila dollari annui, la felicità addirittura si ridurrà. Questa regolarità è stata proprio evidenziata nel 1974 da Richard Easterlin – professore di economia all’Università della California meridionale e membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze – ed è conosciuto proprio come paradosso di Easterlin. Il principale apporto che questo professore di economia ha dato alla comunità scientifica, è stato quello di far nascere un nuovo ambito di indagine che si occupa di studiare, intanto, le determinanti del benessere integrale delle persone, le loro aspirazioni, le opportunità, le libertà, i fattori genetici, la qualità delle loro relazioni che, oltre al reddito, influenzano il senso di soddisfazione che ognuno di noi, soggettivamente, sperimenta rispetto alla sua vita.

Da qui l’economia della felicità, che ha anche avuto il merito di elaborare nuovi e migliori strumenti di misurazione, nuove metriche e nuove forme di valutazione del benessere. Questa evidenza empirica ha avuto un impatto a livello internazionale tale da far adottare ad alcuni Paesi – fra cui l’Italia – determinati  indicatori che possano misurare il benessere non in termini di ricchezza. Un esempio è il Bes – acronimo di “benessere equo e sostenibile” – che misura e integra la tradizionale valutazione della crescita economica, basata sulla ricchezza, con altri domini della vita dei cittadini italiani, fra cui i diritti, l’ambiente, la salute.

È il cambio di prospettiva che può aiutare a capire meglio cosa può essere utile per il miglioramento del benessere e, quindi, della vita dei cittadini. Ad esempio, se si vendono più armi, filo spinato, spray al peperoncino, sistemi d’allarme, assieme a servizi di sicurezza privati, sicuramente il Pil crescerà, ma davvero potremo dire che quella crescita rappresenta e misura un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini? Oppure, in termini di benessere complessivo, è meglio che una fabbrica di bombe venga riconvertita a produzioni civili, salvaguardando i posti di lavoro?

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Al fine di migliorare la scelta di politica economica e, quindi, anche la scelta dei policymakers, sarebbe utile concentrarsi su alcune aree della vita sociale ad alto impatto nella promozione del benessere, allo scopo di associare specifiche politiche pubbliche. La prima è quella delle relazioni sociali, che considera la quantità e la qualità delle nostre reti di relazioni. In questo contesto, la tecnologia è fondamentale per i cosiddetti “beni relazionali”. La seconda area si riferisce alla qualità dell’ambiente naturale attorno a noi e alle possibilità che il nostro stile di vita, la morfologia delle nostre città o le caratteristiche climatiche, ci danno (o ci tolgono) di interagire con esso. La terza area riguarda tutte quelle attività che hanno a che fare con il processo di apprendimento continuo, sia esso formale o informale. L’accelerazione del cambiamento ha esasperato la velocità di obsolescenza delle nostre conoscenze e l’impossibilità di stare al passo condanna, spesso, strati sempre più numerosi della popolazione alla marginalità. L’apprendimento continuo, oltre a valorizzare le capacità e ad attivare importanti risorse individuali, ostacola questo processo di marginalizzazione e depauperamento. La quarta area di intervento è quella che riguarda l’attività fisica e il suo impatto sulla salute, sull’invecchiamento attivo e di qualità.

È su queste aree che l’intervento pubblico appare carente, non del tutto assente e a cui sopperiscono quelle attività attraverso le quali ci prendiamo cura – direttamente o indirettamente, regolarmente o anche solo saltuariamente – degli altri. Ci si riferisce a tutte quelle attività di volontariato, cura, cittadinanza attiva, impegno sociale che contribuiscono a produrre esternalità positive e a preservare tutti quei beni comuni che hanno un impatto fortissimo, e sempre più lo avranno, sulla qualità della vita di tutti noi.

Questo “I care”, il “mi importa” come lo chiamava don Lorenzo Milani, rappresenta non solo un’attività “super-efficiente” economicamente, ma rende felice sia chi dà sia chi riceve. Concludendo, si potrebbe aggiungere un’altra area, una quinta, su cui bisognerebbe riflettere, ossia quella del tempo. Oggi non abbiamo più tempo per assaporare, riflettere, godere dei momenti per saperli apprezzare, ma solo per cercare di monetizzare ad una velocità sempre più elevata. La felicità e il benessere concernono anche le modalità di utilizzo del tempo che forse, fra tutti, è il bene immateriale più prezioso che la vita ci abbia potuto donare.


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