Quando la guerra si combatte col denaro

Di Vincenzo Mignano – La guerra commerciale tra Repubblica Popolare Cinese (Cina) e Stati Uniti d’America (USA) – iniziata nella primavera del 2018, a seguito della dichiarazione del Presidente statunitense, Donald Trump, di voler imporre dazi sui beni importati dalla Cina – ha scosso gli equilibri dell’economia mondiale e dei mercati. Per meglio comprendere il fenomeno, appare necessario analizzare le tappe e le motivazioni che ne hanno preceduto i recenti sviluppi.

La ragione che ha portato all’adozione di tale approccio – fondato sulla logica trumpiana dell’America First – è stata la volontà di ridurre il deficit, sul fronte commerciale, tra import ed export fra i due Paesi, attraverso l’uso più aggressivo di alcuni strumenti – come i dazi antidumping – previsti nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la preferenza di accordi bilaterali nei quali gli USA potessero esercitare meglio la propria supremazia negoziale e la messa sotto accusa degli Stati aventi maggiori surplus commerciali.

A fronte di questa strategia – imperniata di protezionismo, nazionalismo ed isolazionismo – in materia di politica estera, la Cina aveva fornito una netta risposta già all’indomani della dichiarazione trumpiana del 22 marzo del 2018, comunicando la previsione di prelievi aggiuntivi su 128 prodotti americani, per un valore di 3 miliardi di dollari, quale contromisura all’attacco commerciale americano. Sotto tale profilo, il Presidente cinese, Xi Jinping, nel tentativo di inviare un chiaro segnale politico alla controparte statunitense, aveva stabilito dazi del 25% su altre 106 voci dell’export americano, così replicando alla lista di oltre 1.300 beni cinesi – per un ammontare di 46 miliardi di dollari – che il Presidente Trump intendeva penalizzare con un prelievo del 25%. Nonostante l’introduzione dei dazi avesse il chiaro obiettivo di ridurre il deficit commerciale con la Cina, in realtà non ha cambiato gli equilibri a favore della parte statunitense: nello specifico, a partire dal 2018, si è passati da 346 a 419 miliardi di dollari; un dato, questo, che attestava la mancata influenza della strategia punitiva trumpiana sulla dinamica naturale dell’economia.

Le indicazioni provenienti dai mercati finanziari – di netta incertezza – e le forti critiche da parte dell’Unione Europea (UE) e di istituti, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), hanno suggerito l’apertura di negoziati tra i due Paesi antagonisti, volti a rintracciare e a raggiungere un accordo commerciale complessivo. Le richieste americane facevano perno sulla riduzione almeno della metà del deficit commerciale, unita all’ulteriore garanzia per le imprese statunitensi relativa alla cancellazione dell’obbligo di condividere i segreti tecnologici imposto alle aziende dedite ad investire in Cina; un obbligo, questo, che va considerato alla luce delle sue implicazioni sul diritto di proprietà intellettuale e sulla possibilità di accesso nel mercato cinese.

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Il Segretario Generale del Partito Comunista Cinese Xi Jin Ping

Dopo mesi di tentativi falliti, lo scorso 11 ottobre, durante il 13esimo round negoziale intercorso tra la Cina e gli USA, è stato concluso un primo storico mini-accordo tra le due superpotenze mondiali, che eviterà l’imposizione di ulteriori dazi alle importazioni fra due Paesi, per un ammontare di 250 milioni di dollari, e favorirà l’incremento di importazione di prodotti agricoli, con aperture sull’industria finanziaria. Tale intesa – che verrà firmata tra qualche settimana, quando il Presidente Trump incontrerà il suo omologo cinese, a margine del vertice annuale dei paesi Asia-Pacifico – e la riapertura dei negoziati sulla Brexit hanno contribuito ad attenuare le tensioni all’interno dell’economia mondiale e dei mercati, determinando consistenti rialzi delle principali borse europee. Nonostante, ancora, non siano noti i dettagli dell’accordo, soprattutto con riferimento alla materia delle valute (dollaro e yuan), il Presidente Trump ha espresso soddisfazione per il risultato ottenuto, definendolo “il più grande e il più grosso accordo mai siglato in favore dei Grandi Agricoltori Patrioti”. L’accordo USA-Cina da poco raggiunto potrebbe avere, inoltre, delle implicazioni significative in relazione a quell’effetto di ibernazione che i dazi già varati dalle due superpotenze avevano prodotto sulla fiducia delle imprese, determinando la staticità dei relativi investimenti.

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Sebbene lo scontro politico-commerciale di cui si tratta ha avuto e continua ad avere, quali protagonisti, la compagine statunitense e quella cinese, i suoi effetti hanno colpito anche altri attori del panorama geopolitico internazionale: fra questi, l’Unione Europea. La politica estera trumpiana, infatti, ha coinvolto anche l’economia del vecchio continente, determinandone un sensibile rallentamento. Sotto tale profilo, l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) ha previsto che Washington, a partire dal prossimo 18 ottobre, potrà imporre dazi sulle merci europee per 7,5 miliardi di dollari all’anno (6,8 miliardi di euro). Inevitabile constatare come l’UE abbia perso – anche in questo caso, come accaduto in passato – un’importante occasione per assumere un ruolo più dinamico e centrale in ottica globale, ritrovandosi schiacciata dalle divergenze interne e, di conseguenza, incapace di agire quale motore trainante internazionale.

Dal quadro d’analisi delineato, la necessità di porre fine alla guerra commerciale tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti d’America risulta essenziale per attenuare quelle conseguenze negative che la stessa ha prodotto sull’economia mondiale, evitando così il rischio di generare una sensibile riduzione del Prodotto interno lordo (Pil) dei due Paesi e un calo della domanda nelle maggiori economie mondiali.


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