Elezioni tunisine: fronti diametralmente opposti al ballottaggio

Di Sarra Jouini – La Tunisia continua a sorprendere. È questa la sensazione che ci arriva dal paese che ha dato vita alla rivoluzione dei gelsomini e che da tempo è ormai un ricco serbatoio di esperimenti democratici; lo dimostrano, infatti, le elezioni libere e competitive che si stanno svolgendo in questo periodo.

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Dopo la prematura scomparsa del primo presidente eletto democraticamente, Beji Caid Essibsi, l’uomo che ha guidato il paese nella fase più difficile e complessa, il calendario istituzionale ha subito una variazione di date, anticipando sia le elezioni presidenziali che quelle legislative. Ad oggi l’appuntamento politico più atteso, pertanto, è senza dubbio quello relativo alle elezioni presidenziali e, in particolare, al ballottaggio che si terrà il 13 ottobre tra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti: Kais Saied, con il 18.4% e Nabil Karoui, con il 15.6%.

da Al Jazeera

Anche se questa prima tornata elettorale è stata contraddistinta da un’alta percentuale di astensionismo e dal raffreddamento dell’entusiasmo politico, la presenza di ben 26 candidati, di cui due donne, che si sono confrontati attraverso dibattiti televisivi e in nome del pluralismo politico, è comunque indice di successo per questa giovane democrazia.

Tra i due vincitori la figura più controversa è in assoluto quella dell’imprenditore Nabil Karoui, che in Tunisia conduce un noto programma televisivo (tratto dall’omonimo ente benefico da lui fondato in memoria del figlio scomparso in un incidente stradale), Khalil Tounis. In questa trasmissione egli racconta i drammi di chi vive ai margini della società, contrastando la povertà attraverso la distribuzione di beni di prima necessità nelle aree più disagiate. Tuttavia, la sua filantropia è stata più volte messa in discussione, tanto da essere considerata un mezzo di propaganda dai connotati populisti il cui unico scopo sarebbe quello di aumentare il consenso sfruttando il suo potere mediatico.

Il 23 agosto, a seguito di un’inchiesta partita dall’organizzazione non governativa I-Watch, è stato arrestato per presunti reati di natura finanziaria come frode, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e corruzione; nonostante la commissione superiore indipendente per le elezioni abbia dichiarato legittima la sua candidatura, la detenzione gli ha comunque impedito di partecipare attivamente alla sua campagna elettorale, che è stata interamente gestita dalla moglie. È stato rilasciato solo il 9 ottobre.

Un profilo completamente opposto è, invece, quello di Kais Saied, professore di diritto costituzionale che non appartiene a nessuna formazione politica. Pur avendo condotto la sua campagna elettorale senza finanziamenti pubblici e con un apparato organizzativo modesto, è riuscito a catalizzare non solo l’attenzione dei giovani tunisini ma anche quella dell’elettorato fortemente conservatore. Favorevole alla pena di morte e contrario all’uguaglianza di genere in materia ereditaria e alla depenalizzazione dell’omosessualità, le sue posizioni politiche appaiono lontane da quel percorso, intrapreso in Tunisia dalla rivoluzione del 2011, di affermazione dei diritti umani.

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In questo primo turno di elezioni presidenziali ciò che emerge è la polarizzazione verso i partiti indipendenti e antisistema: scelta, questa, dettata dalla crescente insoddisfazione del popolo tunisino nei confronti dei partiti tradizionali che hanno dominato la scena politica nel periodo post-rivoluzionario. Una risposta, dunque, sanzionatoria all’incapacità dei governi di attuare riforme in grado di risollevare l’economia del paese e di modernizzare le strutture socioeconomiche, oltre che a dare risposte concrete e tangibili a temi importanti come la sicurezza, che rimane una questione spinosa in Tunisia dove, nel corso degli ultimi anni, si è assistito a terribili attentati terroristici con importanti ripercussioni sul turismo. La perdurante corruzione nelle strutture del sistema, l’alto tasso di disoccupazione giovanile, la svalutazione della moneta nazionale e il divario di sviluppo regionale, inoltre, acuiscono questo malcontento, generando forti tensioni sociali.

Nel clima delle incertezze non sono di certo mancati i nostalgici del passato e del “si stava meglio prima” e lo testimonia la presenza di un partito apertamente ispirato al vecchio regime di Zine El-Abidine Ben Alì; il partito Desturiano Libero guidato da Abir Moussi. È stata proprio la dittatura benalista, durata ventitré anni, a rendere necessari alcuni interventi atti a limitare i poteri del capo dello stato, che erano pressoché illimitati. Con la nuova costituzione (entrata in vigore nel 2014) il presidente ha principalmente autorità in materia di politica estera e di difesa, e la sua azione è affiancata dal primo ministro.

Il 6 ottobre si sono tenute anche le elezioni legislative: secondo i primi risultati il partito islamico moderato Al-Nahda, guidato da Rached Ghannouchi, con 52 seggi è stato quello più votato, seguito dal partito Qalb Tounes del magnate Nebil Karoui con 38 seggi. Il risultato di queste elezioni apre però una nuova fase di incertezze, poiché i partiti attualmente in testa negli exit-poll incarnano visioni politiche diametralmente opposte. Si prospetta, dunque, il rischio di una paralisi istituzionale in quanto appare difficile la formazione di una maggioranza stabile in grado di governare il paese.

In Tunisia il processo di democratizzazione, che continua a incontrare diverse sfide, non si è del tutto compiuto e le trasformazioni delle istituzioni del vecchio regime sono ancora in atto; tuttavia, se confrontata con altre realtà del panorama arabo, può essere considerata comunque una democrazia di successo. Sopravvive, pertanto, l’auspicio che il cammino intrapreso otto anni fa continui ad essere caratterizzato da un impegno profuso nella promozione della cultura e dell’identità democratica, affinché gli sforzi della rivoluzione non vengano vanificati.


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