Nadia Gallico Spano, l’inguaribile ottimista

Di Francesca RaoNadia Gallico nacque a Tunisi nel 1916, il 2 giugno, una data che ritroverà nella sua vita. Fu proprio il 2 giugno del 1946, a soli 30 anni, che venne eletta tra le ventuno donne dell’Assemblea Costituente.

Figlia d’italiani antifascisti emigrati in Tunisia, sin dalla giovane età si interessò di politica e nel 1937 aderì al partito comunista. Poco prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, sposò Velio Spano, giornalista e dirigente del suo stesso partito. Partecipò alla Resistenza durante l’occupazione italo-tedesca della Tunisia. Seppur condannata nel 1941 dal Tribunale Speciale militare francese a Tunisi per la sua militanza antifascista, come il marito, sfuggì alla cattura e, nel 1944 raggiunta l’Italia, continuò clandestinamente a lottare per la liberazione della Tunisia, diventando protagonista e testimone del processo di rifondazione dello Stato e della nascita della Repubblica Italiana.

L’8 marzo 1945, fu per Nadia una giornata memorabile,festeggiata da comuniste e socialiste dell’UDI, cattoliche del CIF, sindacaliste e donne comuni: in quell’occasione venne votato un ordine del giorno spedito a Londra, dove erano riunite le rappresentanti femminili di venti paesi. Da questa conferenza uscì una Carta della donna che il ministro degli esteri inglese portò poi alla conferenza di San Francisco dove si stava definendo lo statuto dell’Onu.

Nadia, pur non facendo parte della Commissione dei Settantacinque, prese la parola per tener fede al mandato ricevuto dalle donne quando l’Assemblea discusse la stesura del testo definitivo della Costituzione: «La famiglia e l’uguaglianza dei coniugi, il diritto al lavoro e alla parità salariale, la tutela dei figli anche illegittimi (…), ma soprattutto il concetto che la donna non doveva più avere soltanto dei doveri ma d’ora in poi dei diritti di pari opportunità e dignità in ogni campo della vita del paese». Il 25 luglio 1946 Nadia aveva presentato un ordine del giorno firmato da altre madri costituenti richiedendo che la concessione del Premio della Repubblica riservato ai reduci per far fronte alle loro prime spese, dovesse essere esteso alle vedove di guerra e alle mogli dei prigionieri per sottolineare ai Costituenti di averle dimenticate.

La carriera della giovane Nadia fu ricca e variegata: parlamentare comunista dal 1948 al 1958, responsabile delle relazioni con la Cecoslovacchia e, poi, con l’Africa, tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI), presieduta fino al 1958, e del settimanale «Noi Donne», nato in Francia negli anni Trenta tra le emigrate del Comitato internazionale contro il fascismo e la guerra, e che grazie a lei riuscì ad uscire dalla clandestinità, attiva nella presidenza dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), guidò anche l’Unione donne Sarde.

Si schierò sempre dalla parte dei più deboli, si interessò allo sviluppo del Mezzogiorno, e vedeva la questione femminile non come uno dei tanti problemi, ma come il problema del Paese e disse «Il voto alle donne in Italia da parte dei partiti fu un riconoscimento unanime in forza dei meriti acquisiti durante la guerra, cioè l’aver retto l’intelaiatura della società in anni in cui gli uomini erano assenti. Noi donne abbiamo accettato questa impostazione, anche se avremmo dovuto affermare invece il principio del diritto naturale. Tutta la propaganda elettorale per l’assemblea costituente e per il referendum si rivolgeva alle donne che dovevano votare per il prigioniero o per il bambino, per la saggezza amministrativa, cioè sempre per gli altri. Nessun richiamo, mai, era al diritto per sé. Per le donne andare a votare fu comunque importante anche se a sinistra si diceva “mia moglie vota come dico io” e nelle parrocchie il prete ammoniva “Dio ti vede, tuo marito no” ma, nella cabina elettorale le donne per la prima volta hanno scelto di dare la fiducia o magari anche da chi farsi influenzare, ma hanno scelto. Sono state libere». Fino alla sua morte, avvenuta a Roma all’età di 90 anni, si interessò di donne, politica estera e dei problemi riguardanti il Mezzogiorno.


Foto in copertina da 150 anni

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