La storia dell’Achille Lauro

Di Francesco Tronci – Lunedì 7 ottobre 1985, ore 13:00. La nave da crociera “Achille Lauro” si trova nelle acque territoriali egiziane. La nave batte bandiera italiana. A bordo ci sono 320 uomini dell’equipaggio e 107 passeggeri, altri 670 sono sbarcati per una visita guidata al Cairo. Dopo l’Egitto la meta è Israele ma lì l’Achille Lauro non arriverà mai. Quel viaggio, per le oltre 400 persone a bordo, si trasformerà in un incubo. La nave si troverà ben presto al centro di una crisi diplomatica senza precedenti.

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In quegli anni la situazione politica italiana vede alla presidenza del Consiglio Bettino Craxi già da due anni; al Quirinale da pochi mesi è stato eletto Francesco Cossiga; ministro degli esteri è Giulio Andreotti, da sempre favorevole al dialogo coi paesi arabi; alla difesa c’è Giovanni Spadolini, filo-atlantico e vicino agli USA di Ronald Reagan.

Sull’Achille Lauro sembra una giornata tranquilla di vacanza. All’improvviso però la porta del comandante Gerardo De Rosa si spalanca e irrompe il comandante in seconda: “ci sono dei terroristi a bordo”, dice. Alle 13:07 circa, quattro terroristi hanno fatto irruzione nella sala da pranzo dove si trova la maggior parte dei passeggeri e hanno sparato diversi colpi per aria. Una pallottola vagante ha colpito un membro dell’equipaggio ad una gamba. Nel giro di pochi minuti la nave è nelle mani dei terroristi.

Gli attentatori sono quattro, si sono imbarcati a Genova con documenti falsi, confondendosi tra i passeggeri. Si definiscono membri e combattenti dell’OLP, un’organizzazione politica e paramilitare palestinese, considerata dalla Lega araba a partire dal 1974 la legittima “rappresentante del popolo palestinese”. Fu Fondata a Gerusalemme nel maggio 1964 dopo una riunione di 422 personalità nazionali palestinesi, a seguito di una precedente decisione della Lega araba e riunisce in una sola struttura una galassia di organizzazioni palestinesi molto diverse tra loro ma con un unico obiettivo comune: la liberazione della Palestina attraverso la lotta armata. Componente principale dell’OLP è Al-Fatah, organizzazione fondata da Yasser Arafat nel 1959 in Kuwait. Dal 1969 Arafat è il leader dell’intera organizzazione. Sotto la sua guida l’OLP imbocca un doppio binario: da una parte la lotta contro Israele, dall’altra la pressione diplomatica sulle Nazioni Unite, sui governi arabi e occidentali affinché sostengano la causa palestinese.

L’obiettivo principale dei terroristi era quello di fare un attentato nel porto israeliano di Ashdod ma mentre sistemavano l’attrezzatura e le armi sono stati sorpresi da alcuni membri dell’equipaggio. Così hanno dirottato la nave prima di raggiungere la destinazione designata. A due ore dal sequestro, il marconista della nave invia il mayday e comunica che i terroristi pretendono la liberazione di 50 compagni detenuti in Israele. La minaccia per il mancato accoglimento è quella di far esplodere la nave. Alla Farnesina riceve il messaggio il ministro Giulio Andreotti. Viene subito intimato lo stato di massima allerta.

Per tenere testa all’emergenza si lavora su due fronti: da un lato Andreotti raccoglie tutte le informazioni disponibili, apre i primi canali diplomatici e tiene i contatti con i familiari degli ostaggi; dall’altro il ministro Spadolini convoca tutti vertici delle forze armate e dei servizi segreti. Si pensa ad un piano che possa portare alla liberazione dell’Achille Lauro con la forza. Ma l’operazione si presenta da subito difficile e rischiosa. Intanto gli Stati Uniti fanno sapere che non autorizzeranno alcuna trattativa con i terroristi. Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, dopo un vertice al Ministero della difesa ed una volta ottenute le autorizzazioni da Gran Bretagna e USA, parte ufficialmente l’operazione Margherita, che prevede la mobilitazione di 4 elicotteri da trasporto con 60 paracadutisti del 9° battaglione “Col Moschin”, per individuare la posizione esatta della nave.

Yasser Arafat

Subito dopo, Craxi, Andreotti e Spadolini si danno appuntamento a Palazzo Chigi per un vertice notturno. Nella stessa notte Yasser Arafat manda un messaggio personale a Craxi e Andreotti ribadendo che l’OLP è estranea al dirottamento della nave e informa che due suoi emissari raggiungeranno il Cairo per affiancare le autorità egiziane. I due inviati sono Hani El Hassan (uno dei bracci destri di Arafat) e Abu Abbas, capo fondatore del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), di cui solo successivamente si scoprirà essere l’ispiratore del fallito attentato ad Ashdod.

L’Achille Lauro venne individuata sulla rotta per la Siria. Poco dopo i dirottatori prendono contatto con le autorità portuali di Tartus in Siria. I terroristi chiedono quindi un negoziato mediato dalla Croce Rossa Internazionale con gli ambasciatori d’Italia, degli Usa, del Regno Unito e della Germania dell’Ovest e il permesso di attraccare. Permesso che però gli viene negato. Intanto sulla nave la situazione degenera: i terroristi minacciano ripetutamente di uccidere ogni 3 minuti ciascuno dei passeggeri, iniziando dai cittadini americani. Leon Klinghoffer, cittadino americano ebreo e paraplegico, viene ucciso e gettato in mare. In seguito i sequestratori non proseguiranno nell’attuare la loro minaccia, se non simulandola con diversi spari che intimoriscono equipaggio e passeggeri.

La Achille Lauro, avuto l’ordine di allontanarsi dalla costa siriana, ritorna a Porto Said su richiesta di Abbas il quale, con l’autorizzazione del governo italiano, riesce a far arrendere i terroristi dopo aver promesso loro una via di fuga diplomatica verso un altro paese arabo. Questa soluzione viene appoggiata dall’OLP e gestita dal governo italiano a condizione che a bordo non siano commessi reati. Il comandante della nave, sotto la minaccia delle armi dei terroristi, conferma che tutti i passeggeri sono incolumi. Pertanto, nonostante l’opposizione americana, il salvacondotto viene firmato dall’ambasciatore italiano in Egitto e la nave viene liberata.

Il governo egiziano decide di effettuare immediatamente un trasferimento aereo in Tunisia, dove all’epoca ha sede l’OLP. Il presidente statunitense Ronald Reagan dispone allora di intercettare l’aereo e condurlo in una base americana. Dalla portaerei USS Saratoga decollano quattro F-14 Tomcat che affiancano l’aereo poco sopra Malta e lo costringono ad atterrare nella base di Sigonella in Sicilia. Solo a dirottamento iniziato il governo americano tenta di contattare Craxi. Il presidente del consiglio italiano, contrariato da questa improvvisazione, consente l’atterraggio ma solo a condizione di gestirne le conseguenze autonomamente. In segreto ordina ai vertici militari che i terroristi e i mediatori siano messi sotto il controllo e la protezione delle autorità italiane.

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Appena l’aereo atterra sia i Carabinieri che i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) di stanza all’aeroporto lo scortano nell’area dove opera l’aeronautica italiana. Pochi minuti dopo atterrano, a luci spente e senza permesso della torre di controllo, anche due aerei americani della Delta Force, che si dirigono verso l’aereo egiziano: il loro intento è quello di prelevare i dirottatori e Abu Abbas secondo gli ordini ricevuti da Washington. La tensione sale quando gli incursori della Delta Force, armi in pugno, circondano gli avieri italiani e i carabinieri della base ma a loro volta vengono circondati da un secondo cordone di carabinieri con le armi puntate, giunti lì dalle vicine caserme di Catania e Siracusa.

Si profila a questo punto una crisi senza precedenti; quello che durante il sequestro della nave è stato soprattutto uno scontro politico, a Sigonella rischia di diventare uno scontro armato. La Casa bianca intima a Palazzo Chigi la consegna del commando. Craxi però è irremovibile: i reati sono avvenuti su una nave italiana e spetta alla giustizia italiana processarli.

Bettino Craxi e Giulio Andreotti

Reagan telefona a al presidente del Consiglio e chiede che dirottatori e mediatori vengano messi in galera. Craxi chiede invece di incarcerare i dirottatori, ma di tenere i mediatori sotto sorveglianza. A Reagan, dinanzi alla posizione italiana, non è rimasto che cedere e ritirare gli uomini da Sigonella, confidando nella volontaria attuazione delle promesse che ritiene di aver ottenuto nel corso della telefonata con Craxi.

Due ore dopo i dirottatori scendono dall’aereo e vengono presi in custodia dai carabinieri. A bordo rimane però Abu Abbas, ritenuto dagli americani il vero mandante dell’operazione Achille Lauro, che pretende di ripartire immediatamente. L’Egitto si schiera dalla sua parte: l’Achille Lauro, infatti, non era stata autorizzata a partire da Porto Said finché l’aereo di Abbas non avesse lasciato Sigonella. Craxi decide allora che l’aereo deve decollare alla volta di Roma. Poche ore dopo a Palazzo Chigi arriva la richiesta ufficiale da parte americana di arresto ed estradizione per Abbas. La risposta italiana è che la richiesta di arresto non contiene elementi sostanziali secondo i criteri che la legge italiana fissa per l’acquisizione delle prove e per il giudizio sulla loro evidenza. Il problema diventa allora dove può andare Abbas senza che gli americani lo intercettino nuovamente. Si pensa di farlo partire verso la Jugoslavia, disposta ad accoglierlo.

Così alle 18:45 del 12 ottobre l’aereo decolla con esplicita autorizzazione del governo italiano alla volta di Belgrado. La colpevolezza di Abu Abbas, sulla base delle prove emerse, non è al momento evidente (anche se dopo verrà condannato dal Tribunale di Genova all’ergastolo) e, dinanzi alle proteste statunitensi, si adduce il passaporto diplomatico di cui è in possesso per garantirgli l’incolumità. Solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) la CIA consegnerà i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale sarà poi processato in contumacia e condannato all’ergastolo.

Ma se la condanna di Abbas arriverà diversi mesi dopo, in Italia si scatena subito la polemica politica all’interno del governo. Spadolini, filo-americano e filo-israeliano, chiede le dimissioni del Governo: i ministri repubblicani il 16 ottobre ritirano la loro delegazione dal governo, aprendo, di fatto, la crisi. Craxi, avendo in calendario un viaggio a Washington, lo annulla: è dalla fine della seconda guerra mondiale che i rapporti tra i due paesi non sono così tesi.

La vicenda rientra quando Reagan scrive una lettera a Craxi con l’incipit “Dear Bettino” nella quale invita il Presidente del Consiglio a recarsi in viaggio negli Stati Uniti. Quando l’incontro ha effettivamente luogo, dopo quasi un mese, Craxi dichiara a Reagan che «lui non avrebbe potuto fare diversamente da come aveva fatto». Sapeva che liberando Abu Abbas avrebbe dato un dispiacere a Reagan ma non aveva altra scelta nella situazione in cui si era venuto a trovare. La lettera di Reagan a Bettino Craxi chiude formalmente la crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti. «A dispetto delle divergenze», scrisse Reagan, «l’amicizia tra i nostri paesi e l’impegno comune contro il terrorismo non sono in discussione».

Il 6 novembre, con un nuovo voto di fiducia alla Camera, si chiude anche la crisi di governo. L’epilogo alla vicenda “Achille Lauro” arriverà però dalle aule del tribunale. Abu Abbas e due membri del commando vengono condannati all’ergastolo; Majed el Molqi, esecutore materiale dell’uccisione di Leon Klinghoffer, viene condannato a 30 anni di reclusione; il quarto terrorista, minorenne, sarà condannato a 17 anni di prigione. Soltanto qualche tempo dopo Rinaldo Petrignani, ambasciatore italiano negli Stati Uniti, si esprimerà sull’incidente di Sigonella. Egli dirà che «nessuna delle parti aveva infatti altra scelta. Al comprensibile risentimento americano per la liberazione di un individuo che veniva considerato come un pericoloso terrorista, si contrapponevano in effetti, oltre a delle buone ragioni giuridiche e politiche, il risentimento italiano per il modo in cui gli americani ci avevano trattato. La crisi aveva fatto vibrare in Italia una corda nazionalista non dannosa. Si poteva dire, anzi, che la prima lite con gli Stati Uniti ci avesse reso in un certo senso più “adulti” (…)».


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