Sahar, la ragazza blu di Teheran

Di Gaia Garofalo – Nell’Iran dei nostri giorni è ancora vietato alle donne l’ingresso negli stadi durante partite di calcio maschili. E nell’Iran dei loro giorni moltissime sono le ragazze che, giovanissime, combattono contro questi divieti estremi che le portano, drammaticamente, a proteste “estreme”, sebbene sarebbe meglio utilizzare il termine giuste. Ma chi sa, nel nostro occidente, quante di quelle sfumature d’ingiustizia noi possiamo definire?

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Sahar Khodayari aveva 29 anni ed è morta e questo no, non è mai corretto, non è mai normale, non è mai accettabile. Sahar è morta perché ha combattuto per un diritto, per una partita di calcio: forse non era tanto il pallone, ma il principio di un’impossibilità, un’altra ancora, che l’ha spinta a darsi fuoco davanti alla Corte rivoluzionaria islamica. Il gesto estremo è seguito alla notizia dell’imputazione per oltraggio al pudore e alla condanna a sei mesi nel carcere femminile di Gharchak Varamin a sud di Teheran, ritenuto tra i peggiori in termini di condizioni di vita, per essersi travestita da uomo ed essersi introdotta come tale durante la partita della sua squadra preferita, la Esteghlal F.C. allenata dall’italiano Andrea Stramaccioni, contro l’Al Ain, club degli Emirati Arabi Uniti.

Travestita di blu, dopo un selfie condiviso, è diventata paladina di questa battaglia senza veli, solo striscioni. Le donne iraniane, giovanissime e non, decidono di mascherarsi da tifosi, intonando i cori e indossando i colori delle squadre e, come la loro Blue girl, non si sono nascoste. Anche loro hanno mostrato la verità, che non è semplicemente dimostrare sui social la reale identità: la verità è che le donne stanno uscendo i palloni e vogliono giocarsi tutto, anche la vita, e sono stufe, arrabbiate, agguerrite.

Il selfie di Sahar

Sahar è deceduta l’8 settembre di quest’anno in un letto d’ospedale dopo nove giorni di agonia, col 90 per cento di ustioni sul suo corpo. Ma non è finito tutto dentro ad una bara, con una cartella clinica tragica, tra quei lembi di pelle ormai andati in cenere: Sahar sarà per sempre ispirazione di cosa è giusto e cosa no, di cosa crediamo che sia folle, estremo ed evitabile. Sahar Khodayari ha dato con la sua vita il coraggio di piangere e lottare, tanto che 18 note attiviste iraniane, tra le quali il premio Nobel Shirin Ebadi, hanno chiesto di intervenire sulla vicenda dello stadio.

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Il 10 ottobre l’Iran ospiterà la Cambogia per le qualificazioni al mondiale 2022 e su pressioni della FIFA, che ha tra l’altro espresso le proprie condoglianze alla famiglia Khodayari, per quella partita i cancelli dello stadio dovranno aprirsi anche alle donne. Una piccola vittoria per tutto quello che arriverà, grazie alla bellezza dello sport e alla forza di queste inarrestabili ragazze.


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