Se la Luna è diventata protezionista

Di Francesco Paolo Marco LetiCome scritto in un articolo di due anni or sono, le scelte di politica economica sulle quali si fonda l’Eurozona hanno i piedi di argilla: credere che un’area economica e valutaria, paragonabile agli Stati Uniti, possa perseguire politiche di crescita trainate dalle esportazioni, non solo non le rende giustizia, ma rischia di creare grossi danni in caso di cambiamenti di rotta politica in altri paesi. La zona euro non è una piccola economia aperta, non è una grande Olanda, e neanche Germania e Italia possono essere considerate, o considerarsi, tali.

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Alle radici della politica economica europea vi è l’ossessione verso la competitività internazionale da fondarsi non su manovre del tasso di cambio (in stile cinese), ma sulla forte deflazione interna che, agendo sui salari, permette una riduzione del costo del lavoro e, a cascata, delle merci. La crisi del 2008 non ha cambiato minimamente questo leitmotiv: al contrario, ha provveduto a convertire a suon di austerity le economie diverse della zona euro che, dopo crisi sociali, tagli dei salari e deflazione, sono tornate ad avere un surplus commerciale e nelle partite correnti, come avvenuto ad esempio in Italia.

Il limite di questa strategia di sviluppo era e rimane semplice: questa funziona in un mondo con mercati aperti nei quali nessuno adotta strategie identiche a quelle degli altri concorrenti. Se tutti adottassimo questa strategia l’unica soluzione sarebbe esportare sulla Luna o adeguarsi a un calo della produzione, dell’occupazione e quindi una recessione. Il problema è che negli ultimi anni questo mondo di mercati aperti si sta lentamente riducendo e, al contrario, stanno crescendo i “lacci e lacciuoli” al libero commercio sotto forma di dazi più o meno elevati.

Ecco che, quella che sembrava la “locomotiva” europea – ma che altro non era che la “prima carrozza” dell’economia mondiale – ha mostrato tutti i suoi limiti, schiantandosi di fronte alle crescenti guerre commerciali. I dati di luglio provenienti dall’economia tedesca, forniti dall’Istituto Federale di Statistica, sono terribili sia dal punto di vista della produzione industriale, in calo dello 0,6% sul mese precedente e del 4,2% rispetto allo scorso luglio, sia dal punto di vista degli ordinativi, che vedono una contrazione del 2,7% rispetto al mese precedente dopo una piccola ripresa.

Leggendo meglio i dati, si nota come la contrazione maggiore sugli ordinativi provenga non dall’area dell’Euro, ma dall’export extra Unione Europea (UE), che soffre la guerra commerciale scoppiata fra Stati Uniti e Cina. Salvo miracolose riprese nelle vendite e negli ordinativi, il Prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre si confermerà negativo, conclamando l’ingresso dell’economia tedesca in recessione. A chiarire il legame fra export, ordinativi, produzione industriale e Pil è il dato sull’export tedesco di giugno, crollato di oltre otto punti percentuali rispetto all’anno precedente e probabilmente destinato ad altri tracolli.

I pessimi dati provenienti dalla Germania non possono non avere effetti sul nostro Paese, uno dei fornitori “privilegiati” dell’economia tedesca. I dati contenuti nella nota mensile dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) sono pieni di nuvole e lasciano pochi spiragli: “L’economia italiana rimane caratterizzata dal proseguimento di una fase di stagnazione…La debolezza dei ritmi produttivi si è riflessa anche sul mercato del lavoro, determinando l’interruzione della crescita delle unità di lavoro e delle ore lavorate che aveva caratterizzato i mesi precedenti”.

Ciò che è maggiormente preoccupante è il peggioramento della fiducia sia delle imprese che dei consumatori, segno che la perturbazione non sarà di breve durata: “Ad agosto, l’indice del clima di fiducia ha evidenziato un deterioramento sia per i consumatori sia per le imprese. Il recente peggioramento e l’elevata instabilità del quadro congiunturale si sono riflessi sull’andamento dell’indicatore anticipatore che ha segnato un’ampia flessione suggerendo il proseguimento della fase di debolezza dei livelli di attività economica”.

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In questo quadro, è possibile spiegare anche l’andamento, del tutto anomalo, del mercato mondiale dei titoli di stato, che presenta tassi d’interesse negativi persino per quelli di lunga durata, come i decennali. Gli investitori, temendo l’emergere di una nuova recessione, spostano i propri investimenti verso i prodotti considerati più sicuri, verso beni rifugio e, fra questi, i titoli di stato vengono ritenuti quelli che offrono più garanzie in tal senso. Anche l’Italia sembra essere entrata in questa dinamica dopo la riduzione del rischio del Paese connessa al Governo precedente.

La soluzione per superare l’attuale e futura fase di recessione non può più prescindere da un forte stimolo delle economie dei Paesi dell’Eurozona, in particolare per quelli che presentano bilanci pubblici più solidi. Nello specifico, gli Stati della vecchia area del marco, i paesi “core” della zona euro, dovrebbero considerare manovre di stimolo fiscale, perché politiche espansive da parte loro potrebbero cominciare a trainare la ripresa anche nei Paesi periferici, con finanze pubbliche più instabili, garantendo una boccata d’ossigeno all’intera Eurozona. Altre possibilità all’orizzonte sembrano non essere fattibili, a meno di considerare quella protezionista una breve parentesi che verrà superata in qualche anno, cosa sulla quale sarebbe meglio non fare affidamento. Forse la nuova Commissione garantirà un cambio di passo in materia fiscale, forse.


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