Le donne pakistane alla ricerca della libertà

Di Alessandra Fazio – Siamo in Pakistan, il sesto Stato più popolato al mondo. Uno Stato che conta più di duecento milioni di persone e nel quale il rispetto dei diritti è, tuttavia, poco considerato. Siamo in una società islamica nella quale la condizione della donna risulta, tuttora, piuttosto precaria; un paese nel quale lo stupro, la violenza, i maltrattamenti nei confronti della stessa sono considerati prassi ordinaria; una società che denigra la donna e la considera, quasi, un oggetto.

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In Pakistan le donne sono sottomesse, condannate allo stupro, uccise per “l’onore”, fustigate, maltrattate dai propri mariti, aggredite con l’acido,; sono vittime di incesti e rapimenti, anche ai fini del matrimonio; costrette a sposare uomini di qualsiasi età, sono succubi di un società che non riconosce loro diritti fondamentali ma che, al contrario le rende “schiave” di un sistema malsano che mette al primo posto l’uomo e la sua violenza; una violenza esercitata in nome di una legge disumana e di una religione interpretata secondo canoni maschilisti e violenti. Nel 2018, la Commissione per i diritti umani pakistana ha contato 845 casi di violenza, ufficiali, non tenendo conto di tutti quelli non denunciati e, quindi, sconosciute.

Sono stati numerosi i tentativi di ribellione da parte di donne pakistane. C’è chi è riuscito ad affermare i propri diritti e a liberarsi dalle catene imposte loro dagli uomini della società, come ad esempio Nosheen Butt che venne presa a sprangate dal fratello per aver rifiutato un matrimonio combinato con un parente molto più anziano. Sopravvissuta ma con la morte nel cuore per aver perso la propria madre la quale, nel tentativo di difenderla e sostenerla, venne lapidata dal padre; ma, al contrario, c’è chi ha perso e ha pagato con la vita la propria libertà. Basta ricordare Sana Cheema che, scegliendo di sposare un uomo italiano, venne uccisa dal padre e dal fratello. Eppure, nonostante siano poche le donne che sono riuscite a liberarsi dalla “prigionia”, dall’oppressione, è ancora viva la speranza, in tantissime donne del Pakistan, di riuscire a fuggire da quella realtà. Una recente dichiarazione del giudice capo del Pakistan Asif Saeed khosa, relativa all’apertura di 1016 tribunali in Pakistan per la tutela delle donne dalla violenza di genere, lascia sperare che vi sia davvero la possibilità di porre le basi per un radicale cambiamento della società e per una maggiore tutela delle donne.

Scopo dell’apertura di tali tribunali è quello di consentire alle donne di denunciare i proprio mariti, padri, fratelli e qualunque altra persona che abusi di loro e della loro condizione senza avere il timore di essere perseguite ed uccise. Il sentirsi parte di una società e il non essere segregate tra quattro mura, sapere di avere il sostegno di giudici ed esperti, fa si che le coscienze si sviluppino diversamente e in modo indipendente ed autonomo. Il sentirsi donne, e non oggetti, rende possibile l’acquisizione di certezze necessarie al cambiamento, alla rivoluzione, alla non accettazione di tutto ciò che offende e denigra la propria persona.

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Quella delle donne del Pakistan è una condizione che tocca, indirettamente, tutte le donne del mondo. Un problema che riguarda tutti. Pensare, infatti, che ai nostri giorni sia ancora possibile assistere a tali situazioni e che continuino ad esistere contesti così degradanti è una sconfitta che riguarda l’intera umanità. Nell’attesa che tali istituzioni vengano create e che, grazie a queste, le donne possano sentirsi libere, sarebbe necessario educarle ad esserlo; insegnare loro a non aver paura.


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