Gli ultimi giorni della crisi

Di Francesco Puleo – La crisi di governo iniziata a ridosso di Ferragosto, nel bel mezzo delle vacanze estive, non è ancora finita. Una crisi che, come raccontato nell’ultimo articolo dedicato al tema, è nata dalle dichiarazioni dell’8 agosto del Ministro dell’Interno Matteo Salvini e che è arrivata in parlamento meno di due settimane dopo. Il 20 agosto per l’appunto, un giorno destinato a rimanere impresso nella storia politica del paese.

In quell’occasione, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato le sue dimissioni, alla fine di un discorso che ha segnato una rottura netta e irreversibile con l’esperienza del governo giallo-verde. Conte ha accusato senza troppi giri di parole il ministro Salvini di essere l’unico responsabile dell’interruzione di «un’azione di governo che procedeva operosamente e già nel primo anno aveva realizzato molti risultati e molti ne stava realizzando». Una scelta con cui Salvini «ha mostrato di inseguire interessi personali e di partito» e dimostrato «scarsa sensibilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale». Queste sono solo alcune di una lista lunghissima di accuse rivolte da Conte al Ministro dell’Interno: tra le altre, la mancanza di collaborazione e di trasparenza sulla questione del russiagate e il frequente accostamento di simboli religiosi agli slogan politici.

Al discorso dell’ormai ex premier Conte è seguito un lungo dibattito in Senato, nel quale sono intervenuti i vari rappresentanti dei gruppi parlamentari e altre figure di spicco dei partiti, compresi Matteo Salvini e Matteo Renzi. Il primo ha rivendicato la sua scelta: «rifarei tutto quello che ho fatto», ha affermato, rimarcando l’impossibilità sopravvenuta di un governo con il Movimento Cinque Stelle e la necessità delle elezioni. Il secondo ha invece ribadito l’urgenza di costruire una nuova alleanza per formare un governo istituzionale: «c’è da evitare l’aumento dell’Iva e serve un governo» nell’interesse del paese.

Dopo che Conte ha rimesso il suo mandato nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la crisi è ufficialmente iniziata. A nulla è valsa, ovviamente, la giravolta della Lega, che all’ultimo minuto ha ritirato la mozione di sfiducia al premier.

Nelle 48 ore successive di consultazioni, sono emerse chiaramente le intenzioni dei partiti e dei gruppi parlamentari. Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono espressi in favore di elezioni anticipate, in vista di una nuova coalizione di centrodestra con la Lega. Quest’ultima, nelle parole del suo leader Salvini, ha ribadito la sua linea senza però escludere del tutto l’ipotesi di un ritorno di fiamma con gli ex alleati: «Ci sono alcuni 5 stelle che appoggerebbero una manovra coraggiosa: ho scoperto che ci sarebbero alcuni disponibili. Aver scoperchiato il vaso è stato utile per capire. Ma malgrado gli insulti, vado avanti. Se qualcuno mi dice veniamoci incontro, io sono un uomo concreto». Favorevoli ad un governo di legislatura i partiti del centrosinistra, da +Europa di Emma Bonino a Leu di Piero Grasso, e soprattutto il PD di Nicola Zingaretti: «siamo distanti dal M5s, ma è utile provare con un governo di svolta» ha affermato il segretario del partito, proponendo un’intesa basata su alcuni punti programmatici riguardanti economia, ambiente ed Europa. Di punti ne hanno indicati invece 10 i 5 Stelle, dal taglio del numero dei parlamentari a una manovra più favorevole a lavoratori e famiglie, dall’ambiente alla giustizia fino alla scuola e alla tutela dei beni comuni.

Di fronte a questo quadro, il Presidente Mattarella ha dato alle forze politiche un termine di cinque giorni per trovare un accordo su un programma e su un premier: in assenza dell’uno o dell’altro, si andrà ad elezioni anticipate. A giudicare dalle polemiche e dai botta e risposta degli ultimi giorni è difficile prevedere con certezza cosa accadrà nelle prossime ore. Al centro della discussione non ci sono politiche e programmi, o almeno non direttamente: il problema numero uno è la premiership del nuovo governo. Il Movimento Cinque Stelle è infatti deciso a riconfermare Conte, anche a costo di garantire al PD dei ministeri di peso (su tutti, economia ed esteri). Il PD non sembra intenzionato a cedere a un Conte-bis, una scelta che non andrebbe nella direzione della discontinuità e del cambiamento richiesti, sia in termini di persone che di programmi; unica eccezione la componente renziana, che non è contraria all’ipotesi di un nuovo governo Conte. Quest’ultimo, durante l’incontro del G-7 degli ultimi giorni, ha raccolto l’endorsement del presidente uscente del Consiglio europeo Donald Tusk e ha affermato che «la stagione politica con la Lega è chiusa». A tutto questo bisogna aggiungere che nemmeno i rispettivi elettorati di PD e Cinque Stelle sono compatti nel sostegno all’una o all’altra ipotesi.

In ogni caso, qualunque sarà il risultato di questa crisi, ci sarà da pagare un prezzo. In base agli ultimi sondaggi, il primo ad averlo pagato è Matteo Salvini, la cui decisione di avviare la crisi gli sarebbe già costata circa 5 punti percentuali rispetto al 38% delle ultime rilevazioni. Per quanto riguarda il PD e i Cinque Stelle, almeno nel breve periodo, il rischio è quello di confondere i rispettivi elettorati con un accordo che, al netto dei punti di contatto evidenti tra i programmi dei due partiti, potrebbe essere letto come un inciucio e una manovra di palazzo. La parola chiave per superare la crisi è credibilità e c’è un solo modo per riconquistarla: bisogna dimostrare di avere fatto autocritica, ciascuno al proprio interno e rispetto ai propri errori nel passato più o meno recente. Altrimenti, non si capisce come il Movimento Cinque Stelle possa stare con il “Partito di Bibbiano” né come il PD possa stare con chi non ha fatto un passo indietro sul Decreto Sicurezza e continua a rivendicare la partecipazione al governo più a destra della storia repubblicana.


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