Il massacro di Srebrenica: una ferita ancora aperta che non riesce a rimarginarsi

Di Valentina Pizzuto Antinoro – Con la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia, il 29 febbraio del 1992, i cittadini della Bosnia-Erzegovina, la cui popolazione era costituita da una maggioranza musulmana e una minoranza di serbi ortodossi e croati cattolici, furono chiamati a votare per l’indipendenza del proprio Paese: la maggioranza dei votanti si espresse a favore di “una Bosnia Erzegovina sovrana e indipendente, stato di cittadini titolari di uguali diritti, dei popoli della Bosnia Erzegovina, musulmani, serbi, croati e appartenenti agli altri popoli che in essavivono”. Quando fu dichiarata l’indipendenza del Paese, la minoranza dei serbi-bosniaci, guidati da Radovan Karadžić e con l’appoggio del governo serbo di Slobodan Milosevic, iniziarono una delle guerre più brutali dal secondo dopoguerra.

Lo scopo principale del conflitto era quello di rendere la Bosnia Erzegovina etnicamente omogenea per rendere possibile la sua annessione alla Serbia e creare, infine, la “Grande Serbia” con Milosevic presidente. I musulmani presenti nei territori di maggioranza serba non ebbero scampo: furono massacrati, reclusi nei campi, stuprati, uccisi e ogni luogo culturale legato alla loro religione fu distrutto.

Le città a maggioranza musulmana vennero rase al suolo. Nel 1993 l’ONU decise di incrementare la presenza dei caschi blu olandesi nel territorio bosniaco istituendo come zone protette alcune città, tra cui vi era Srebrenica, con l’obiettivo di difendere la popolazione civile bosniaca costretta a scappare a causa dell’avanzata dell’esercito serbo.

Il 9 luglio 1995 le truppe guidate dal generale Ratko Mladić, con l’appoggio del gruppo paramilitare Scorpioni, attaccarono i territori circostanti a Srebrenica e dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio conquistarono la città. I caschi blu non opposero particolare resistenza. Mladić fece un discorso ai suoi concittadini serbi: «In questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo».

Poco dopo la conquista di Srebrenica, l’esercito serbo iniziò a dividere donne e bambini dai maschi di età dai 15 ai 77 anni; i primi furono trasferiti fuori dalla città. I maschi, invece, furono trattenuti apparentemente per essere interrogati. In tre giorni più di 7.000 musulmani furono torturati, uccisi e, infine, gettati in fosse comuni sparse nella zona del massacro.

Durante questo massacro circa 300 musulmani fuggirono da Srebrenica e cercarono rifugio nella base dei caschi blu di Potočari, a pochi chilometri da Srebrenica, ma non furono aiutati. Questo avvenimento costò la condanna dei caschi blu olandesi da parte della Corte d’Appello dell’Aja, in quanto non potevano non sapere che quei 300 uomini e ragazzi allontanati dalla base Onu sarebbero stati uccisi dai serbo-bosniaci intenti a sterminare la popolazione di Srebrenica.

I dati ufficiali raccolti dalla Commissione Bosniaca delle Persone Scomparse dichiarano che le vittime del massacro furono 8.372; di questi solo 6.930 salme sono state recuperate dalle fossi comuni identificate grazie agli oggetti personali rinvenuti e in base al loro DNA. Munira Subasic, presidente dell’associazione Madri di Srebrenica, che si occupa del riconoscimento delle vittime, ha dichiarato: «Molte madri stanno ancora cercando i resti dei propri figli. Adesso, questo è il nostro problema, la nostra missione più grande. La nostra vita».

Le 6.610 salme identificate sono sepolte nel cimitero di Potočari. A 24 anni da quel massacro la ricerca dei dispersi non è ancora conclusa; il riconoscimento delle vittime è reso difficoltoso non solo dal numero delle fosse comuni (sono state contate circa 70 fosse comuni intorno alla città), ma soprattutto dal fatto che l’esercito serbo decise di spargere i resti delle vittime tra le fosse comuni. Durante la commemorazione di quest’anno tenutasi nel Cimitero memoriale di Potočari sono state sepolti i resti di 33 vittime identificate negli ultimi 12 mesi.

Il lungo e tortuoso iter giudiziario del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia di certo non ha portato né conforto ai sopravvissuti né al trionfo della giustizia internazionale. I responsabili della guerra serbo-bosniaca e del massacro di Srebrenica sono molto recenti: l’ex presidente è stato consegnato dal primo ministro serbo nel 2001; Mladić, accusato di crimini contro l’umanità, sarà arrestato solo nel 2011; Karadžić, dopo anni di latitanza, è stato arrestato solo nel 2008. Tra le sentenze recenti ricordiamo: la condanna all’ergastolo in primo grado di Mladić nel novembre 2017 e la condanna definitiva nel marzo 2019 di Karadžić. Nonostante siano passati 24 anni, la complessità del procedimento di riconoscimento delle salme e la lentezza nel fare giustizia, quel massacro rimane una ferita aperta che provoca ancora dolore all’Europa, ma soprattutto ai familiari delle vittime.


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