Paese che vai, politica fiscale che trovi

Di Vincenzo Mignano – Tra il 13 e il 14 giugno scorso, dopo un negoziato notturno di 12 ore, i Ministri delle Finanze degli Stati appartenenti all’Eurozona hanno raggiunto un parziale accordo circa le modalità di funzionamento e le caratteristiche del Budgetary Instrument for Convergence and Competitiveness (BICC). Attraverso tale strumento, si intende dotare l’Unione Economica e Monetaria (UEM) di un proprio bilancio, distinto da quello dell’Unione Europea (UE), per far fronte alle crisi e per rendere più coesi i Paesi della zona euro.

Durante i sei mesi di trattative che hanno condotto al raggiungimento di tale accordo, si sono scontrate due diverse visioni concernenti la finalità del BICC: da un lato quella francese, secondo la quale il nuovo strumento doveva essere indirizzato al finanziamento della crescita economica e alla stabilizzazione dei Paesi in crisi; dall’altro quella olandese, volta a dar maggior peso alle funzioni di convergenza e di competitività del bilancio, per finanziare riforme ed investimenti. Questa seconda impostazione – che, alla fine, ha prevalso – era fondata sul timore che uno strumento troppo flessibile e generoso potesse indurre gli Stati ad alto debito a far affidamento sul nuovo strumento, rallentando, in tal senso, il risanamento dei relativi bilanci nazionali.

Secondo quanto affermato dal Presidente dell’Eurogruppo che ha condotto i lavori, Mario Centeno, «si tratta di un ulteriore passo per rafforzare la zona euro”, fermo restando che “dettagli pratici devono però ancora essere decisi e c’è ancora lavoro da fare». Dello stesso tenore è risultato il pensiero del Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, il quale, riferendosi all’accordo raggiunto sugli aspetti principali del BICC, ha parlato di «miglior risultato possibile in questa fase». Stando, in effetti, a quanto riportato nelle Previsioni economiche di primavera 2019, pubblicate dalla Commissione europea, l’andamento dell’economia dell’Eurozona, sebbene in continua crescita, si caratterizza per un constante rallentamento provocato da fattori interni, quali divergenze fiscali tra gli Stati membri dovute all’appartenenza ad un mercato unico, ed elementi esterni, quali il clima di incertezza globale che si è sviluppato principalmente nel corso degli ultimi mesi.

Mario Centeno, Presidente dell’Eurogruppo

I risultati raggiunti dall’Eurogruppo sono stati sottoposti all’attenzione dei leader dell’UE, durante il Consiglio europeo svoltosi il 21 giugno scorso. In tale occasione, i Capi di Stato e di Governo hanno discusso sui principali punti riguardanti l’approfondimento dell’UEM, tra i quali il BICC o strumento di bilancio per la convergenza e la competitività, le modifiche al Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e il rafforzamento dell’Unione bancaria. Sotto tale profilo, il Vertice euro, composto dai leader dell’UE a 27 e dal Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, ha accolto «con favore i progressi compiuti in sede di Eurogruppo sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria” e ha invitato lo stesso “a proseguire i lavori su tutti gli elementi di questo pacchetto globale».

Per quanto tale risultato possa rivestire una significativa rilevanza all’interno del processo di integrazione, bisogna segnalare, tuttavia, alcune criticità insite nel relativo processo di attuazione. In particolare, come sottolineato da Mario Centeno, «rimane aperta la delicatissima questione del finanziamento del bilancio»: sotto tale profilo, le risorse da destinare allo stesso verranno reperite, in un primo tempo, nella posta del bilancio comunitario 2021-2028 riservata alle riforme economiche, che gode di una dotazione di circa 22 miliardi di euro. È stata prospettata, inoltre, l’ipotesi di un auto-rifornimento ad opera degli Stati, ma sul punto non vi è un consenso unanime tra i Capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’area euro, i quali potranno, in futuro, fornire ulteriori soluzioni.

Dal punto di vista delle modalità di funzionamento, l’uso del BICC sarà volontario. Secondo quanto emerge dai risultati della riunione dell’Eurogruppo, i Paesi potranno usufruire di tale strumento presentando progetti in grado di associare riforme ed investimenti, con la possibilità di prevedere forme di cofinanziamento nazionale, il cui tasso potrà essere adattato nel caso di crisi economica. In merito alle modalità di erogazione, invece, è stata preferita la forma del sussidio, ma non vi è ancora certezza circa la metodologia di distribuzione dei fondi. È stato previsto, inoltre, che l’eventuale adozione di riforme non soddisfacenti comporterà la sospensione dei finanziamenti e la loro cancellazione in caso di reiterazione. Alla Commissione europea dovrà essere demandato l’uso del bilancio, sotto la supervisione del Parlamento europeo, a differenza della Corte dei Conti, che dovrà effettuare un controllo ex post.

La previsione di un bilancio autonomo dell’Eurozona rappresenta, in ultima analisi, un passaggio fondamentale nelle dinamiche volte all’approfondimento dell’UEM e, più in generale, allo sviluppo del processo di integrazione europea. Questo risulta ancora più evidente se si pone l’accento sul modello di coordinamento – particolarmente controverso – posto a fondamento dell’Eurozona, attraverso cui nella stessa operano un’unica politica monetaria, ma 19 diverse politiche fiscali. Condividendo la stessa moneta e operando all’interno di un mercato unico, gli Stati – sempre restii a cadere la loro sovranità fiscale – non hanno potuto fare altro che provvedere ad una regolamentazione che, nello specifico, ha determinato «l’invasività delle regole fiscali europee nelle politiche fiscali nazionali». Per tali ragioni, l’impostazione che viene fornita dall’Eurogruppo tenta di arginare quelle divergenze che, in tema di politica economica e monetaria, hanno cominciato a svilupparsi per effetto dei due shock finanziari che hanno colpito l’Europa nell’ultimo decennio. Sembrerebbe prospettarsi un modello alternativo, votato alla capacità fiscale, in grado di «dotare l’Eurozona di entrate fiscali che non dipendono dai trasferimenti dei suoi Stati membri» e di riconoscere le differenze strutturali sussistenti tra gli stessi, lasciando al mercato la funzione di vagliare il relativo comportamento in materia fiscale.


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