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Marie-Claude Vaillant-Couturier: la resistente francese che testimoniò a Norimberga

Di Valentina Pizzuto Antinoro«Il viaggio è stato estremamente doloroso perché eravamo in 60 per vagone e non ci è stato dato cibo o bevande durante il viaggio. Mentre chiedevamo le fermate ai soldati della Lorena, arruolati nella Wehrmacht che ci controllavano […] ci hanno risposto: “Se sapessi dove stai andando, non avresti fretta di arrivare”»

Così iniziò la testimonianza di Marie-Claude Vaillant-Couturier, chiamata a deporre al processo di Norimberga il 28 Gennaio del 1946. Fu una dei testimoni chiave che portò alla luce le torture subite dagli internati nei campi di concentramento tedeschi, in quanto sopravvissuta all’Olocausto.

Nacque a Parigi il 3 Novembre 1912 in una famiglia legata da sempre al mondo dell’editoria, nel 1930 Marie-Claude Vogel (il suo cognome da nubile) decise di trasferirsi in Germania per imparare il tedesco. Qui decise di intraprendere la carriera da fotogiornalista. I suoi primi lavori furono pubblicati da Vu, la rivista illustrata fondata nel 1928 dal padre Lucien Vogel, celebre per aver pubblicato grandi nomi della fotografia come Andre Kertesz, Robert Capa e Henri Cartier-Bresson.

La sua prima inchiesta fu pubblicata da Vu nel numero del 3 maggio 1933: la Vogel, affiancata da una troupe, indagò sull’ascesa al potere di Hitler e l’avvento del nazismo nello stato tedesco. Durante questa inchiesta furono scoperti e fotografati per la prima volta i campi di concentramento, in particolare quelli di Oranienburg e Dachau.

Tornata in Francia iniziò a lavorare per L’Humanité e il Regards, firmandosi “Marivo”. In questo periodo iniziò il suo impegno politico in Francia entrando a far parte prima dell’Associazione degli scrittori e artisti rivoluzionari (AEAR) e della Gioventù Comunista; nel 1936, partecipò alla fondazione dell’Unione delle ragazze francesi insieme alla scrittrice Charlotte Delbo.

Nel 1937 sposò Paul Vaillant-Couturier, redattore capo della rivista L’Humanité, che morì poco tempo dopo. Alla morte del marito Marie-Claude Vaillant-Couturier divenne direttrice del giornale, poco prima che il governo Daladier (1939) proibì la sua pubblicazione a seguito dell’Accordo di Monaco (accordo firmato da Germania, Italia Regno Unito e Francia a seguito di rivendicazioni territoriali tedesche).

Quando la Francia fu occupata dai tedeschi (1940), Marie-Claude Vaillant-Couturier si unì alla Resistenza francese: si occupò dapprima di alcune pubblicazioni segrete, come L’Humanité Clandestine, per poi dedicarsi alla mediazione tra la resistenza civile e quella militare. Nel febbraio del 1942 fu arrestata dalla polizia francese e rinchiusa per giorni in Prefettura per poi essere consegnata ai tedeschi insieme ad altri compagni della Resistenza: gli uomini furono fucilati sul momento, le donne furono trasferite nella fortezza di Romainville prima di essere deportate.

Il convoglio che la portò ad Auschwitz-Birkenau, il Convoglio 31000, è ricordato nella storia poiché in esso vi erano solo persone legate alla Resistenza. Le donne erano 230 e alla fine della guerra ne sopravvissero solo 49. Insieme alla Vaillant-Couturier vi erano anche la scrittrice Charlotte Delbo e la figlia di Pietro Nenni, Vittoria.

Il Convoglio arrivò ad Auschwitz-Birkenau la mattina del 27 Gennaio 1943: la Vaillant-Couturier raccontò durante il processo di Norimberga che lei e le sue compagne attraversarono il cancello del campo cantando la Marsigliese per darsi coraggio. Furono rasate, spogliate dei loro vestiti e infine venne loro tatuato un numero identificativo sull’avambraccio sinistro: il suo era 31685.

Come ammise lei stessa durante il processo, fu fortunata in quanto conosceva la lingua tedesca e le SS erano soliti reclutare tra i prigionieri chi conoscesse la loro lingua per mansioni amministrative o di traduzione: iniziò a lavorare nell’infermeria dei prigionieri e successivamente fu trasferita nel campo di Ravensbrück a lavorare negli uffici. Qui rimase fino l’arrivo delle Armate Rosse, il 30 Aprile del 1945. Marie-Claude Vaillant- Courtier tornò in Francia nel Giugno del 1945, poiché decise di rimanere nel campo ad aiutare il personale medico della Croce Rossa svedese nell’identificazione dei sopravvissuti per procedere al loro rimpatrio.

A un anno dal suo ritorno a casa, la Vaillant-Courtier insieme alle sue compagne di prigionia sopravvissute all’Olocausto testimoniarono contro i loro carnefici. La sua testimonianza, però, è considerata una delle più importanti in quanto negli anni di prigionia lavorò sia nel campo che a stretto contatto con i tedeschi; dunque, oltre ad essere una testimone oculare delle barbarie commesse dai nazisti, mise alla luce i numeri sconcertanti dei deportati che poté leggere durante lo svolgimento dei lavori in ufficio.

Quando il procuratore francese Charles Dubost le chiese «Sei una testimone diretta della selezione all’arrivo dei convogli?», ella rispose: «Sì, perché quando lavoravamo nel blocco cucito nel 1944, l’isolato in cui vivevamo era di fronte all’arrivo del treno. Il sistema era stato perfezionato: invece di effettuare la selezione all’arrivo, un binario di raccordo conduceva il treno quasi alla camera a gas e alla fermata, cioè a 100 metri da la camera a gas, proprio di fronte al nostro isolato […]. Abbiamo visto l’apertura dei vagoni e dei soldati che facevano uscire uomini, donne e bambini. Abbiamo quindi assistito a scene strazianti; vecchie coppie costrette a separarsi le une dalle altre, madri costrette ad abbandonare le loro giovani figlie, dato che queste ultime venivano mandate al campo, mentre madri e bambini venivano mandati nelle camere a gas. Tutte queste persone non erano a conoscenza del destino che li attendeva. Erano semplicemente arrabbiati per essere separati, ma non sapevano che stavano per morire».

Le testimonianze di Marie-Claude Vaillant-Courtier e degli altri sopravvissuti all’Olocausto, portarono alla conclusione del processo di Norimberga nell’Ottobre del 1946 con la condanna a morte per 10 gerarchi nazisti, accusati di cospirazione, crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In seguito dichiarò: «Nel raccontare la sofferenza di coloro che non potevano più parlare, sentivo che, attraverso la mia bocca, quelli che avevano torturato, sterminato, accusavano i loro carnefici». Nel 1995, un anno prima della sua scomparsa, Marie-Claude Vaillant-Courtier rilasciò un’intervista a L’Humanité, il giornale che diresse quasi 60 anni prima, e affermò: «Nei campi abbiamo visto come gli esseri umani possono diventare mostri. Ma conoscevamo anche uomini e donne che sapevano resistere a questo sistematico degrado del nazismo, che sapevano conservare la loro dignità, rimanevano sensibili, fraterni, solidali, che sapevano come rimanere in ogni circostanza esseri umani nel senso più nobile».


Foto copertina tratta da www.investigaction.net

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