In Sudan si muore per la libertà

Di Serena Mangiafridda – Il Sudan per trent’anni ha avuto al suo governo un dittatore con due mandati di arresto emessi dalla Corte penale dell’Aja. Quest’uomo, Omar al-Bashir, lo scorso 11 aprile è stato deposto e arrestato con un colpo di stato che sembrava portare speranza e soprattutto nuove elezioni regolari dopo mesi di malcontento.

L’ex presidente della Repubblica del Sudan Omar Al-Bashir

Le proteste sono iniziate nel dicembre del 2018 a causa di una crisi economica che ha portato il presidente sudanese a tagliare i sussidi per il pane e per il carburante. Le misure adottate hanno provocato fin da subito la reazione del popolo. Parte fondamentale delle manifestazioni sono stati i giovani, ma soprattutto le donne che hanno così smentito il luogo comune di musulmane sottomesse. Purtroppo, però, il bilancio già nei primi mesi del 2019 è stato tragico: il numero dei manifestanti assassinati, torturati o prelevati dalle proprie case dalla polizia e poi scomparsi è cresciuto in modo vertiginoso.

Nel mese di aprile i manifestanti hanno occupato la piazza davanti al quartier generale dell’esercito chiedendo ai militari di deporre Bashir; il vertice militare, composto da sette membri con a capo il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, ha destituito il presidente e assunto il potere. Secondo gli accordi presi con la popolazione, al governo sarebbe dovuto andare il Consiglio Militare Transitorio con l’associazione dei professionisti sudanesi: i due organi avrebbero dovuto lavorare insieme e garantire una delegazione mista – composta da militari e civili – per guidare il Paese fino alle libere elezioni che ci sarebbero dovute essere entro il 2021.

L’ottimismo delle prime ore è stato trasformato in delusione e poi in terrore. I militari autori del golpe non hanno avuto alcuna intenzione di lasciare il potere a un governo civile e hanno annunciato che le elezioni si sarebbero svolte entro nove mesi. Il ritorno anticipato alle urne ha destabilizzato tutto il Paese che si trova tuttora in condizioni fragili e precarie, appena uscito da una dittatura trentennale, protagonista di un conflitto interno, quello del Darfur, che lo ha spezzato in due, i cui responsabili dei massacri devono ancora essere consegnati alla giustizia e uno di questi è proprio l’ex presidente al-Bashir.

Il conflitto del Darfur, originato da vecchie tensioni tra la locale maggioranza nera e la minoranza araba – che costituisce la maggioranza nel resto del Sudan – era esploso nel 2003 tra le popolazioni della regione e il potere centrale di Khartoum. Si stima che oltre 300mila persone siano state uccise e almeno 2 milioni cacciate dalle loro case dalle forze del governo, dai miliziani filogovernativi e da altri gruppi armati ribelli. E sono ancora in corso atrocità, uccisioni di civili e stupri di donne e bambine.

Vittime del genocidio in Darfur

Provenienti da questo contesto, i leader delle manifestazioni, motivati a non arrendersi e a non volere rimettere il Sudan nelle mani dell’ennesimo “uomo forte”, all’inizio di giugno sono scesi nuovamente in piazza a manifestare il proprio disaccordo. Il CMT ha subito neutralizzato la protesta civile trasformandola in un vero e proprio orrore di sangue: 40 cadaveri sono stati recuperati nel Nilo. I responsabili di questo eccidio sono stati gli uomini della milizia Janjaweed, già coinvolti nei massacri del Darfur. Burhan, il nuovo capo del governo, per nascondere le atrocità commesse ha interrotto la possibilità di comunicare con l’esterno tagliando internet e lasciando così il Paese al buio.

E la comunità internazionale? Diverse sono state le reazioni avute dagli altri stati. Germania, Stati Uniti e Qatar hanno chiesto una ripresa dei negoziati, mentre altri paesi, tra cui l’Italia, hanno caldeggiato la conclusione delle violenze. La questione è finita sul tavolo del consiglio di sicurezza dell’Onu, ma Cina e Russia hanno bloccato la risoluzione con il loro potere di veto impedendo – di fatto – l’intervento delle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda gli altri stati arabi, è particolare la posizione dell’Arabia Saudita, la quale è molto vicina al presidente del governo di transizione. Il Sudan fa parte della coalizione a guida saudita impegnata nella guerra dello Yemen e Burhan è proprio il responsabile delle operazioni. Oggi il Sudan ha sul campo 14.000 uomini, un impegno molto grosso che Riad ricambia con il suo sostegno al Consiglio Militare.


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