Il carcere a casa loro

Di Paolazzurra Polizzotto – Negli ultimi decenni la propaganda contro l’immigrazione, sia regolare che clandestina, ha avuto ampio spazio e riscosso innumerevoli “successi”, soprattutto grazie alle scelte politiche a cui si è dato seguito dapprima attraverso la legge Turco-Napolitano e da ultimo con il decreto sicurezza ad opera del Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Sin da piccoli ci viene insegnato che «il razzismo è una brutta bestia» ma in realtà quando diventiamo “grandi” diventa sempre più difficile accettare chi è diverso da noi, sotto tutti i punti di vista non soltanto culturale ma anche religioso, politico, etc. Ma perché ci spaventa chi è diverso da noi? Il punto non è fare fuori chi è diverso da noi, ma anzi valorizzare quella differenza per farla diventare un nuovo punto di partenza per ogni genere di situazione in cui ci veniamo a trovare. È facile? Assolutamente no! Si deve scegliere ogni giorno come comportarsi.

Il razzismo ha tante facce: parte dal colore della pelle e sfocia persino nelle scelte politiche e personali. Il razzismo è decidere di chiudere la porta all’altro, scegliere di tenere fuori qualcuno volontariamente, semplicemente per paura o per un pregiudizio. Si può essere razzisti quando si decide di non voler conoscere l’altro, ascoltarlo, e conseguentemente disprezzarlo. Questo è il razzismo.

Il punto non è accettare il pensiero altrui ma lasciare spazi di libertà per far esprimere l’altro a prescindere da come la pensiamo noi. In fondo tutti abbiamo paura di qualcosa o di qualcuno; ma la paura di chi compie scelte diverse dalle nostre e vive le conseguenze delle sue scelte non deve impedirci di imparare ad apprezzare, rispettare e convivere con l’altro. Perché se non impariamo a stare insieme agli altri allora non sappiamo stare con noi stessi, e non stupisce che in questa società impregnata di individualismo ci siano evidenti difficoltà di relazione sotto ogni aspetto.

Quando relazioniamo il concetto di detenzione e immigrazione pensiamo immediatamente nella migliore delle ipotesi che sia giusto che queste persone scontino la pena «al loro paese». Nella peggiore invece diciamo: “Ma perché devono venire a fare danni a casa mia?”. In primo luogo i dati dimostrano che gli stranieri si rendono colpevoli di reati minori, non legati ad atti violenti, dettati per lo più dalla condizione di esclusione e di emarginazione. Ad esempio in Sicilia, dove la popolazione carceraria è tra le più alte d’Italia – 6.184 persone secondo l’ultima relazione (2017) del Garante per la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, Giovanni Fiandaca – il tasso delle persone straniere è del 19,66% contro il 34,4% dell’intero territorio nazionale.

Sono loro, per molti, i responsabili del sovraffollamento. E si fa strada sempre di più l’idea che il trasferimento o il rimpatrio nel Paese di origine sia la soluzione. Infatti il decreto legge 146/2013, il cosiddetto “svuota carceri”, ha aumentato i casi in cui si applica l’espulsione come alternativa al carcere in caso di pena anche residua non superiore ai due anni. Inoltre, la Convenzione di Strasburgo del 1983 “Sul trasferimento delle persone condannate” è stata sottoscritta solo da alcuni Paesi tra cui Albania, Bulgaria, Ungheria, Macedonia, Moldova, Romania, Serbia.

Fonte Adnkronos

La famigerata espulsione decantata da alcuni politici come strumento di contrasto al fenomeno, in realtà, non funziona poi così bene, perché nei casi nei quali questa viene applicata la persona di fatto è libera nel proprio Paese, che il più delle volte non ha il minimo interesse a riprendersi persone che sono un costo economico e un rischio sociale. Senza contare il fatto che anche la stessa identificazione risulta il più delle volte impossibile visto che molti detenuti stranieri sono senza documenti, per cui è molto difficile, se non addirittura impossibile, appurare con certezza qual sia il Paese di origine e quindi procedere all’espulsione.

In secondo luogo, per quanto attiene alla burocrazia, anche in presenza di accordi bilaterali tra più Stati, le difficoltà riscontrate nella prassi impediscono o ritardano pesantemente le procedure. Oltretutto qualsiasi procedura di espulsione prevede che il detenuto abbia ricevuto la condanna definitiva entro un tempo ragionevole, condizione alquanto improbabile visto che la macchina della giustizia penale è molto lenta, e che nel nostro Paese le persone private della libertà personale in attesa di giudizio sono tantissime, dimezzando il numero dei “canditati” al rimpatrio.


Foto in copertina da stanford.edu

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