Franco Zeffirelli, predestinato dell’arte

Di Alessia Bonura – «La bellezza è la sola qualità che ci rende uomini fin dalla nascita. Un corpo, un gesto e un colore che ci inebriano sono l’unico incentivo consentito all’uomo per creare l’opera d’arte e congiungersi a Dio». Bellezza: una costante della vita. Tutto ciò che ci circonda è intriso di bello seppur, a volte, a suo modo. Un bello che piace, un bello che spaventa, un bello che non balla, soggettivamente discutibile o oggettivamente intoccabile.

Che sia un paesaggio, un volto o un oggetto, la bellezza è ovunque e i nostri occhi sono sempre in movimento pronti a carpirla e farla nostra. I nostri occhi, infatti, sono vettori ancestrali che imprimono nella nostra memoria ciò da cui vengono colpiti dando la possibilità di creare una sorta di database, all’interno del quale si accumulano queste informazioni o stimolazioni visive. È scontato asserire che del bello ne hanno fatto – o hanno cercato, secondo i gusti soggettivi – un leitmotiv gli artisti, con tele storiche, anacronistiche, oniriche o con installazioni evocative dinanzi alle quali il respiro si ferma, come se fosse giusto poter godere dello spettacolo in totale apnea. Non è esente dalla ricerca del bello il cinema, non a caso chiamato “la settima arte”. O, per meglio dire, non lo sono i registi che considerano le loro creazioni come dei figli in quanto, si sa, ci si augura sempre che siano in salute, belli e raggianti.

La frase citata a incipit non è stata riportata a caso, non è di un anonimo autore pervaso da un impeto poetico: è del Maestro Franco Zeffirelli, scomparso il 15 Giugno scorso all’età di 96 anni. Regista pluripremiato e riconosciuto a livello internazionale, nasce fuori dal matrimonio – creando uno scandalo non indifferente nella Firenze di quel tempo, scandalo talmente grande che la madre ne morì quando lui aveva solo sei anni – e vive un’infanzia turbolenta a causa del mancato riconoscimento del padre, avvenuto poi all’età di 19 anni (difatti il primo cognome è Corsi, mai però menzionato). Sino a quel momento il suo cognome è Zeffirelli per un errore di trascrizione dell’anagrafe del cognome inventato dalla madre  – in quanto “figlio di ignoti”  – ovvero Zeffiretti in onore di un’aria di Mozart: era già scritto che il suo destino, in un modo o nell’altro sarebbe stato indissolubilmente legato al mondo dell’arte e del bello.

La “Carmen” di Zeffirelli, Arena di Verona

Studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze esordendo poi come scenografo per opere minori, sin quando la sua strada non si incrociò con quella dell’indimenticato Luchino Visconti, incuriosito dal maestro grazie a un rotolo di disegni che portava sempre con sé e che gli valsero la nomina di assistente scenografo, dal momento che Visconti “non era in grado di tenere un pennello in mano”. Ne nasce, dunque, un sodalizio che andrà oltre la semplice amicizia: dichiaratosi apertamente omosessuale, Zeffirelli intraprende una burrascosa relazione con l’altrettanto grande regista, che si protrae per diverso tempo.

Omosessualità che vive come un retaggio di natura greca e romana, di alto livello intellettuale e simbolo di virilità creativa. Un’omosessualità conservatrice, lontana dall’odierno – e da cui volontariamente si tiene lontano –  e dai sinonimi in lingua straniera nati per “definirla”, visti solo come un  << frutto della cultura puritana>>. Una sessualità, la sua, che mai ha cozzato con il suo essere un fervente cattolico, dato che ,per lui, << il peccato carnale era eguale se compiuto sia con un uomo che con una donna>>.

«La fede è un dono, ne sono certo. L’ho avuto e devo tenerlo stretto». Dono, tuttavia, che ha deciso di condividere con il grande pubblico o per meglio dire con il mondo intero attraverso le sue opere cinematografiche: infatti, sia Fratello Sole Sorella Luna, le cui canzoni ancora oggi sono un caposaldo delle messe domenicali italiane – nel film interpretate, talune, da Claudio Baglioni – sia Gesù di Nazareth sono intrisi di quel Cattolicesimo tanto caro al Maestro.

Ma proprio sul Gesù di Nazareth voglio soffermarmi. Non tanto, chiaramente, a livello contenutistico, dato che “la storia” è ancestrale, ma quanto sulla scelta del protagonista interpretato da Robert Powell. Difatti, Zeffirelli ha volutamente donato al suo Gesù un aspetto assolutamente realistico, lontano dalla connotazione e dimensione “magica”. Reale, sì, ma al tempo stesso ne traspare una grande forza evocativa e spirituale: in primis, colpisce la somiglianza con il “vero” Gesù, o per meglio dire con la sua iconografia tradizionale, quello stesso Gesù che ogni artista ha rappresentato avvolto in un’aura di Beltà e che ognuno di noi ha ben scolpito nella propria mente. L’attore, bello da perdere il fiato dagli occhi azzurro cielo, ha colpito il grande pubblico per la profondità del suo sguardo così umano e al contempo con un non so ché di divino. Attore la cui scelta è stata terribile, a detta del maestro, dati i requisiti cercati che non dovevano deludere le aspettative di chi credeva nel suo estro.

Sicuramente etichettabile come un esteta, quindi, a partire dalla scelta dei personaggi che più dovevano aderire al reale o all’idea che si aveva di essi, Zeffirelli tiene in egual maniera ai luoghi  delle sue rappresentazioni, ai costumi che egli stesso cura, acconciature, luci, sino ovviamente alla regia, rendendo evidente un gusto rinascimentale: le immagini, infatti, sono ben accostate come fossero dipinte, le inquadrature  sembrano dialogare tra loro, in un susseguirsi di perfezione semantica, eredità di Luchino Visconti.

Zeffirelli sembra far sue molte correnti artistiche, rintracciabili non solo nei suoi film, ma anche nelle rappresentazioni teatrali e nelle opere liriche, nelle quali eccelleva e in cui vi era una palpabile tensione, anche qui, all’estetismo: basti pensare a tutte le sue donne, ai suoi personaggi femminili il cui comune denominatore è la bellezza, come Cher in Un tè con Mussolini, Elizabeth Taylor nei panni della Bisbetica Domata, Charlotte Gainsbourg in Jane Eyre, l’allora giovanissima Olivia Hussey interprete di Giulietta in Romeo e Giulietta – la quale regia gli permise di esser candidato due volte agli Oscar – e soprattutto la grande donna, artista e amica Maria Callas che interpretò La Traviata e a cui dedicò il film nel 2002 Callas Forever.

Franco Zeffirelli e Olivia Hussey, durante le riprese di “Romeo e Giulietta”

Proprio le sue opere liriche sono state rappresentate davvero in tutto il mondo e come sopracitato sono riscontrabili, a parer mio,  tracce delle correnti artistiche più varie, dal manierismo al barocco per la sfarzosità delle messe in scena, della sontuosità degli abiti,  al romanticismo o al romantico sublime. Uno spirito eclettico, dunque non inseribile all’interno di una “categoria”. Anticonformista che ha diffuso la bellezza, quella stessa bellezza che temeva di lasciare al momento della sua morte, di cui aveva una gran paura.

Sicuramente si, lasciando questo mondo ha lasciato altresì le sue bellezze terrene di cui ha gioito per una vita intera . Di contro, però ci ha lasciato una grande eredità ovvero la bellezza che lui ha creato con la sua arte, con il suo ingegno. Una bellezza fruibile, tramandabile ai posteri, una bellezza accessibile a tutti ma sicuramente per pochi. Insomma è chiaro che, si, il Maestro ci ha lasciato ma continuerà a vivere nella beltà delle sue creazioni. Per fortuna.


Foto copertina da avvenire.it

Annunci

Eco Internazionale

Attualità Internazionale | Società | Cultura | Personaggi

Commenta

Annunci