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L’eredità culturale della famiglia alla base della condizione di Neet

Di Ugo Lombardo – Il problema dei Neet nel nostro paese ha un forte impatto, non solo sulla crescita economica italiana, ma incide notevolmente sull’Indice di divario generazionale facendo incrementare la distanza che separa le giovani generazioni dalla propria indipendenza economica rispetto alle generazioni precedenti.

Se si analizza la generazione di chi aveva 20-24 anni a inizio crisi lungo i dieci anni successivi (attraverso la fase più acuta fino all’uscita formale dalla recessione), si può notare come l’incidenza di Neet sia continuamente aumentata, passando dal 21,3% al 29,1%. Ciò significa che, tale generazione, è invecchiata peggiorando progressivamente la propria condizione e arrivando a superare i 30 anni di età con un carico di fragilità record in Europa. Se nel 2007, all’età di 20-24 anni, il divario con la media europea era di circa 6 punti percentuali, risultava salito nel 2017, all’età di 30-34 anni, oltre i 10 punti percentuali. 

Troppi giovani italiani invecchiano senza vedere sostanziali progressi nella costruzione del proprio progetto di vita. La principale conseguenza è quella di rivedere progressivamente al ribasso i propri obiettivi, con la possibilità di rassegnarsi anche a non raggiungerli. Quindi, da un lato il record italiano in Europa di under 35 inattivi riduce le possibilità di crescita economica del paese, ma dall’altro, inasprisce una combinazione negativa tra diseguaglianze generazionali, sociali, geografiche e di genere.

Il nuovo rapporto 2019 sui Giovani, dell’Istituto Toniolo, sottolinea come ad incidere particolarmente su questo fenomeno è la povertà educativa, fattore determinante nel successo della transizione scuola-lavoro sulle traiettorie di vita dei giovani e all’interno del più generale processo di entrata nella vita adulta. Secondo l’Istituto questo contesto deteriora le condizioni di benessere generale e della partecipazione sociale delle giovani generazioni. In tale situazione, l’Italia rimane una delle economie avanzate con maggiori difficoltà ad incoraggiare un ruolo attivo e propositivo delle nuove generazioni. I dati che l’Istituto mostra sono quelli di una forte incidenza del capitale culturale della famiglie di origine sulla carriera scolastica dei giovani. Si vuole evidenziare come la scuola in questi anni non è riuscita a compensare il gap di dotazione culturale delle famiglie generando la possibilità di una spirale di povertà educativa che si perpetra  dai padri ai figli, traducendosi per i giovani in un rischio di marginalità lavorativa e sociale.

Infatti, il rischio più elevato, a parità di altre caratteristiche, lo presentano proprio i giovani «in possesso di basse credenziali formative», che vivono in contesti familiari con basse risorse socioculturali e in aree con basso sviluppo e povere di opportunità. L’Italia risulta essere uno dei paesi che meno riducono lo svantaggio di partenza e più lasciano amplificare le conseguenze negative, attraverso il maggior rischio di povertà educativa e il deterioramento di competenze e motivazioni prodotto dalla persistenza nella condizione di Neet.

Come sostiene Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale dell’Università Cattolica di Milano e coordinatore scientifico del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo: «Investire nella formazione e nell’inclusione sociale e lavorativa dei giovani in povertà educativa significa aumentare la crescita economica del Paese, ridurre le disuguaglianze ed evitare che questa generazione di ventenni si trasformi in un costo sociale permanente».

Anche se l’Italia è riuscita a ridurre il tasso di abbandono scolastico (dal 25,1% degli under 24 nel 2000 al 14% nel 2017) degli early school leavers (Esl) cioè di coloro che sono usciti dal circuito scolastico senza avere acquisito una qualifica o un diploma, secondo il Rapporto, sette su dieci hanno una carriera scolastica in linea con quella del padre e della madre. Nonostante ciò, però, resta distante l’obiettivo fissato nell’ambito di Europa 2020 di arrivare sotto il 10 per cento.

In tal senso le parole di Alessandro Rosina sono illuminanti: «L’Italia ha già meno giovani rispetto ad altri Paesi europei e ha un tasso di dispersione scolastica che resta più elevato della media Ue. E mentre questi giovani, prima, avevano la chance di andare presto a lavorare, adesso è sempre più difficile avere un’attività alternativa allo studio. Questi ragazzi hanno talenti che rischiano di perdersi e rischiano di restare intrappolati nella condizione di Neet. Per questo è essenziale intervenire per tempo con l’obiettivo di renderli attivi, non tramite aiuti economici per resistere nel presente, ma con investimenti nella formazione e nell’aumento delle loro competenze e capacità».

Inoltre, Il Rapporto 2019 dell’Istituto Toniolo mette in luce come il forte rischio di emarginazione anche sociale dei Neet si manifesterebbe nel modo per cui questi giovani, non impegnati in un’attività lavorativa, potrebbero avere maggior tempo per le relazioni personali, ma questo in realtà non si verifica, perché più di uno su tre dichiara di non incontrare mai compagni di scuola, amici, parenti o colleghi (il 10,7%, con una percentuale di oltre dieci punti superiore a quella dei non-Neet), o di incontrarli meno di una volta al mese (il 23,8%, contro il 16,5% dei non-Neet). Secondo Alessandro Rosina”la chiave di lettura di questa edizione del Rapporto Giovani è quella del presente, che può essere considerato come tempo di attesa inoperosa che qualcosa accada nella propria vita, come tempo di piacere, svago e interazione con gli altri, come tempo di scelte che impegnano positivamente verso il futuro personale e collettivo. Sono soprattutto tali scelte a risultare deboli oggi nei percorsi di vita di troppi giovani italiani“.

Concludendo, se è vero che il tasso di dispersione scolastica e tasso di Neet sono in riduzione negli ultimissimi anni, rischia di essere incrementata la fragilità per chi si trova in tale condizione che in Italia rimane tra i più elevati in Europa. Pertanto risulta necessaria una rivisitazione del modello scolastico attraverso un migliore trait-d’union fra mercato del lavoro ed istituzioni scolastiche.


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