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Noa Pothoven, morta due volte

Di Virginia Monteleone – Il caso della 17enne Noa Pothoven ha davvero fatto il giro del mondo. La ragazza olandese che dopo aver subito uno stupro a 11 anni e poi a 14, è caduta in una lunga e forte depressione che l’ha portata a soffrire anche di anoressia fino alla sua morte. La diciassettenne dopo anni di sofferenza psichica «ha chiesto e ottenuto dallo stato il consenso all’eutanasia» – si è letto sui giornali. Domenica 2 giugno Noa si è spenta.

Ma non è andata così. Di vero c’è il dolore di Noa, la violenza, la depressione, l’anoressia e infine la morte. Ma perché la notizia i primi giorni è circolata con ben altre indicazioni? Chi è il paziente zero della notizia?

Perché è stata plausibile la veridicità della «dolce morte» di Noa? In Olanda è calato il silenzio sul fatto, per rispetto al dolore della famiglia. A parlare della storia di Noa già l’anno scorso era stato Gelderlander, quotidiano di Rotterdam, dove si raccontava di una prima richiesta di eutanasia della ragazza all’età di 16 anni. Nell’articolo si parla del suo libro “Winnen of leren”, degli abusi sessuali nascosti per molto tempo, dell’anoressia e della sua fatica ad andare avanti. Ma l’unico accenno esplicito all’eutanasia è stata la sua visita nel 2018 al Levenseindekliniek, un centro a l’Aja specializzato nella dolce morte. La ragazza era andata lì all’insaputa dei genitori, ma la sua richiesta era stata respinta perché troppo giovane. Questo accadeva nel dicembre 2018.

Nell’articolo inoltre si accennava ad un ospedale allestito nella stanza di Noa, motivo di molta confusione, ulteriore fatto che rendeva credibile la tesi dell’eutanasia. Ma la ragazza soffrendo di disturbi alimentari era arrivata al punto di dover essere nutrita artificialmente, e questo potrebbe spiegare le condizioni della sua stanza. La notizia si è diffusa a macchia d’olio e ciò che è divenuto motivo di dibattito e sdegno è che «la piccola Noa è morta per eutanasia».

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Tornando alla notizia zero, quella che ha portato le altre testate – tra cui molte italiane, anche molto importanti – a scrivere la medesima erronea notizia. A quanto pare il primo portale internazionale a riprendere la notizia in inglese è stato il Daily Mail, alle 15 del pomeriggio del 4 giugno, mentre la notizia originale è stata pubblicata in olandese da AD la scorsa domenica. Via via gli altri media hanno ripreso la storia, La Repubblica il primo, in italiano, alle 16.

La verità? Noa si è lasciata morire di fame e di sete. Stava così male che nemmeno l’amore della famiglia è riuscita a salvarla. Questo evento mette in risalto una situazione che anche lei evidenziava nella propria autobiografia – in cui raccontava gli sforzi per superare il trauma e della volontà di aiutare i giovani più vulnerabili a lottare per la vita – lamentando che nei Paesi Bassi non ci siano strutture specializzate dove gli adolescenti possano ottenere supporto fisico o psicologico in casi simili.

Rimane solo il dolore di chi è rimasto. La deputata GroenLinks Lisa Westerveld, che ha mantenuto uno stretto legame con la famiglia e con Noa stessa ha twittato: «La sua famiglia e i suoi amici vogliono che la gente sappia che non è morta per eutanasia. Chiedo a tutti i media di rispettare la privacy della famiglia di Noa e lasciarli soffrire in pace». La famiglia chiede infatti il silenzio stampa, dato che ancora molte testate stanno ancora parlando di eutanasia.

Cosa resta dopo una notizia gonfiata e maneggiata? Crea spunti di riflessione impropri, quando lo fa, ma soprattutto crea scontri e dibattiti tra le varie fazioni, trasformando un evento drammatico in una competizione sportiva. Nonostante la rettifica della notizia si stia diffondendo, risulta difficile eliminare le convinzioni dei primi articoli, per la pigrizia del pubblico nell’approfondire e aggiornarsi. Noa, per molti, ha avuto il consenso legale per suicidarsi. E i pro life come tanti Don Chisciotte a inneggiare una lotta contro una morte non naturale, e i sostenitori del testamento biologico che difendono il diritto all’eutanasia temendo che il suo utilizzo per un “banale” suicidio possa essere messo in discussione per i malati terminali. Queste discussioni hanno fatto morire Noa due volte.

Il vero errore è che una bambina abbia subito non una, ma ben due volte uno stupro, che abbia avuto paura di parlarne per anni, che si sia lasciata schiacciare dal dolore e dalla vergogna. Il vero errore è che non ci sia supporto per le vittime, o che questo sia scarso. Il vero errore è questo orrore, la depressione. Quel mostro piccolo ed invisibile che ti annienta dentro e spinge le persone a sottovalutarlo perché è silenzioso e si nasconde. Ma c’è.


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