Il pilota diventato leggenda. Ciao Niki Lauda

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Di Mario Montalbano – La notizia piomba proprio nel bel mezzo della settimana che porta al Gran Premio, quello di Montecarlo, più glamour, più rappresentativo e storico della Formula Uno: Niki Lauda è morto a 70 anni in una clinica privata in Svizzera, dove si trovava ricoverato per problemi ai reni.

Le sue condizioni di salute erano peggiorate già otto mesi prima, a causa di un’infezione polmonare, che lo aveva costretto a subire un secondo trapianto, al polmone, dopo quello ai reni del 2005.

Non poteva che finire così. Montecarlo rappresenta il Gran Premio, in cui il talento dei “veri” piloti emerge più che in qualsiasi altra pista. E di talento, Niki Lauda ne ha dispensato tanto nel corso di tutta la sua carriera in Formula Uno. Non solo per il suo stile di guida, più pratico che spettacolare.

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Niki Lauda a bordo della sua Ferrari il giorno dell’incidente

Sicuramente per l’innata capacità di trovare, e risolvere, i difetti delle monoposto che guidava. Una peculiarità che ha spinto parte della critica a considerarlo spesso e volentieri come un robot, e grazie al quale è stato scelto da Enzo Ferrari, dopo soli tre anni dal debutto in F1, nel 1974, per guidare una delle due Ferrari, come pilota di spalla del più noto e famoso Clay Regazzoni.

Ma, ciò che ha reso unico Niki Lauda è sempre stato il suo linguaggio, il suo modo di fare, schietto, per certi versi ruvido, senza peli sulla lingua, che si porterà appresso anche dopo aver terminato la carriera da pilota. Memore è stato, seppur mai del tutto chiarito nei connotati, il dialogo avuto con Enzo Ferrari, con la frase, detta o non detta, al patron del Cavallino: «Questa macchina è una merda», con cui si lamentava delle prestazioni della Rossa nel 1974.

Manco a dirlo, quella Ferrari, il campione austriaco è riuscito a migliorarla, vincendo due Campionati del Mondo nel 1975 e nel 1977, intervallati da quello sfiorato nel 1976, che a dispetto del risultato beffardo, ha davvero incanalato la carriera di Lauda verso i crismi della leggenda.

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Niki Lauda con un giovane Michael Schumacher

Quello è stato l’anno del drammatico incidente del Nurburgring, con lo schianto, le fiamme, le ustioni che lo avrebbero costretto per giorni in ospedale in condizioni critiche. Del coraggioso ritorno alle corse dopo soli 42 giorni, al Gran Premio d’Italia, nonostante le ferite ancora sanguinanti lo martoriassero.

Ma, soprattutto della sfida persa all’ultimo con l’amico-nemico James Hunt, nella gara del Giappone, sul circuito del Fuji, dove Niki Lauda decise, tra lo stupore di tanti, di ritirarsi al secondo giro a causa delle avverse condizioni meteorologiche, favorendo il successo dell’avversario. Fu paura? Forse. Non lo sapremo mai. Sicuramente Niki Lauda non ha mai voluto nascondere la verità, consapevole e forte del fatto che le sue ferite bastassero e avanzassero per riprendersi le redini del proprio destino, solo un paio di mesi prima sfuggito nel tracciato tedesco.

Riscrivendolo a modo suo, mai banale, mai scontato, legandolo indissolubilmente alla F1, che lo vedrà vincere una terza volta, nel 1984 con la McLaren dopo un primo ritiro dalle corse, e incidere con il suo stile da consulente Ferrari, da team principal della Jaguar e per ultimo da presidente onorario della dominante Mercedes dei nostri tempi con la scelta di Lewis Hamilton come pilota. In ogni caso da vincente. Da leggenda.


 

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