La locomotiva spagnola

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Di Vincenzo Mignano – La Grande Recessione del 2007 e la crisi dei debiti sovrani del 2011 hanno determinato una grande frattura all’interno del panorama comunitario. I tentativi di ridurre il divario economico intercorrente tra gli Stati membri dell’Unione Europea (UE) – attraverso l’adozione di misure finanziarie di carattere internazionale, legate a rigidi parametri di condizionalità – hanno incrementato le fragilità strutturali di alcuni Paesi, identificati con l’acronimo dispregiativo PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia).

In tale contesto, l’erogazione di prestiti imperniata più sulla logica creditore-debitore che su un approccio solidale, unita alla richiesta di adottare politiche basate sull’austerità, ha condotto gli Stati maggiormente colpiti dalla crisi e destinatari degli aiuti finanziari a ridefinire le rispettive strategie economiche, con un notevole sacrificio dei sistemi di welfare nazionali.

A distanza di poco più di un decennio, nonostante i timidi segnali di crescita riportati dalla Commissione europea nelle Previsioni economiche di primavera 2019, l’Eurozona risente, ancora, degli effetti negativi derivanti dagli shock finanziari passati. In tale scenario, l’economia spagnola ha cominciato ad assumere un ruolo sempre più rilevante, dimostrando la propria capacità di saper reagire alle sfide determinatesi a seguito della crisi, nonostante il clima di forte incertezza globale dovuto ad un rallentamento – a partire dal 2018 – della crescita del commercio mondiale.

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Secondo quanto pubblicato da Eurostat, la Spagna è il Paese che – nell’ultimo trimestre del 2018 – ha fornito il maggior contributo allo sviluppo dell’Eurozona, col Prodotto interno lordo (Pil) iberico che ha concluso l’anno con un 2,6%. Si tratta di un risultato rimarcabile, che desta ancor più stupore se lo si considera alla luce dei 3,8 milioni di posti di lavoro che lo Stato spagnolo è stato costretto a tagliare – tra il 2007 e il 2014 – in conseguenza delle politiche di austerità e di rilancio dell’economia interna, adottate per far fronte alla crisi, con una riduzione del 10% dei salari reali e l’implosione del settore tessile.

Una conferma del trend positivo di cui si tratta la si può ritrovare nei dati riportati dall’Instituto Nacional de Estadística (INE), secondo cui la crescita del Pil iberico – nel primo trimestre del 2019 – ha raggiunto lo 0,7% congiunturale, con un incremento pari al 2,4%, a livello tendenziale, con una riduzione – al di sotto dei 100 punti percentuali – dello spread tra i Bonos spagnoli e i Bund tedeschi. A quanto detto, va aggiunto l’incremento dell’inflazione, nel mese di Aprile, all’1,5% tendenziale, con relativo aumento dei prezzi dell’1%. Si tratta, tuttavia, di dati che devono essere considerati alla luce delle particolari caratteristiche dell’economia spagnola, basata principalmente su una crescita che trae giovamento dai consumi interni, con la conseguenza di risentir meno delle pressioni internazionali.

Un importante passo avanti, inoltre, è stato compiuto sotto il profilo dell’occupazione, con riferimento al quale si è registrata una diminuzione della disoccupazione sino al 14%, dopo che la stessa, negli anni passati, era arrivata anche al 30%, a causa – anche in questo caso – delle riforme legislative adottate per risanare il debito pubblico, comportando un aumento della tassazione, a discapito delle politiche sociali. Tale risultato – frutto della Riforma del mercato del lavoro del 2012, varata dall’allora governo di centrodestra di Mariano Rajoy – ha permesso un aggiustamento salariale, senza incidere, tuttavia, sul passaggio dai contratti a termine a quelli stabili.

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Pedro Sánchez, premier spagnolo

Da questo punto di vista, l’attuale Premier spagnolo, Pedro Sànchez, ha tentato di dare nuova linfa all’economia e alle politiche sociali iberiche, attraverso la Legge di bilancio del 2019, contenente nuove misure volte ad attenuare gli effetti dell’austerità imposta, negli anni passati, ai cittadini spagnoli. Nello specifico, tra i punti maggiormente rilevanti della manovra, vi rientrano l’innalzamento del salario minimo a 900 euro e l’aumento del 3% delle pensioni minime e non contributive, la previsione di una tassazione su redditi e patrimoni più elevata per i più abbienti, così come l’approvazione di un piano per l’occupazione giovanile da 2 miliardi di euro.

Come si può desumere dai dati cui si è fatto riferimento, la Spagna è riuscita ad affrontare – non con poche difficoltà – gli shock finanziari dell’ultimo decennio, emergendo quale modello – sotto il profilo politico – e quale vera e propria locomotiva – sotto il profilo economico e nel più recente contesto – per i Paesi dell’area euro e, più in generale, per gli Stati membri dell’UE. In tale prospettiva, ben si comprende l’importanza del risultato conseguito dal Premier Sànchez, a seguito delle elezioni del 28 aprile scorso, dalle quali è uscito vincitore «sfidando la destra con politiche sociali ed economiche progressiste», e rilanciando la necessità di dare, nel contesto comunitario, definitiva attuazione alle quattro unioni”: politica, sociale, economico-monetaria e ambientale.


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