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Hatshepsut, la regina che ha sconfitto la damnatio memoriae

Di Alice Castiglione – Sebbene Cleopatra sia la più famosa regina dell’Egitto antico, conosciamo un buon numero di regine che regnarono sull’Egitto prima di Hatshepsut, come Neitkrety (Nitokris, vedi Erodoto) verso la fine della VI dinastia o la regina Sobekneferu, alla fine della XII dinastia (Medio Regno).

Dopo che nel 2007 Zahi Hawass, il capo del Consiglio Superiore delle Antichità Egizie, insieme ad un team di ricercatori, ha restituito l’identità alla mummia della regina, oggi un’ulteriore prova della sua effettiva esistenza annulla l’effetto della damnatio memoriae cui era stata condannata. Era figlia di Tutmosi I che ebbe anche un figlio di altro letto, Tutmosi II. Hatshepsut sposa il fratellastro che ha a sua volta un figlio con un’altra donna. Tutmosi II muore, il clero dichiara faraone il bambino, ma il Tutmosi III è troppo piccolo e Hatshepsut diventa tutrice e reggente. Quello di Hatshepsut (in egiziano antico “la più nobile delle dame”) fu un regno di pace e prosperità, di spedizioni commerciali in terre lontane e nessuno fu più ambizioso di lei nella costruzione del tempio autocelebrativo.

La metamorfosi si vede bene a Karnak: dapprima rappresentata insieme al marito, successivamente indossa il nemes, il copricapo tipico del faraone. Nella prima immagine vediamo un bassorilievo rinvenuto a Deir el Bahari che raffigura una scena d’amore (atto carnale simboleggiato dalle gambe incrociate delle due figure): la concezione di Hatshepsut. Amon si unisce alla madre, un adulterio sacro che prova l’essenza divina (vedi mito teogonico).

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Tempio di Hatshepsut, Deir el Bahari

Perché cancellarla dalla storia? Le scene del portico della nascita ci fanno assistere a un consiglio degli dei presieduto da Amon-Ra, che ha deciso di unirsi alla regina Ahmes-Nefertari, la più bella delle donne. Con il consenso del collegio divino, Amon assume le sembianze del faraone ed entra nella stanza della sua sposa, che trova addormentata. Ma la regina si sveglia al dolce profumo emanato dal corpo del marito: gli sorride e l’amore pervade i loro esseri che si uniscono. Resa gravida dal dio, la regina ha la gioia di dare alla luce una bambina che sarà investita del potere supremo. Gli dei intervengono per favorire la nascita: Khnum modella la neonata e il suo ka sul tornio da vasaio, affinché abbia vita, forza, salute, cibo in abbondanza, uno spirito equo, l’amore, ogni gioia e una lunga esistenza. La dea rana Heket anima le figurine forgiate da Khnum. Thot annuncia la futura nascita alla felice madre, che viene condotta nella camera del parto. Hatshepsut nasce in presenza di Amon e di nove divinità. Viene quindi presentata al suo divino padre, che saluta la carne della sua carne e la culla. Seguono quindi le scene dell’allattamento e della presentazione di Hatshepsut alla dea Seshat, che ne traccia i cartigli. «Sua Maestà cresceva meglio di qualunque altro essere» dice un testo. «Il suo aspetto era quello di una dea, il suo fulgore era divino. Sua Maestà divenne una bella fanciulla, fiorente come la primavera». (Da L’Egitto dei Grandi Faraoni, Christian Jacq, egittologo e scrittore)

Ma Hatshepsut aveva bisogno di alleati terrestri (il clero di Amon): si fa riconoscere come faraone dalle divinità locali e dai loro sacerdoti, compiendo una sorta di pellegrinaggio politico-religioso. Ed ecco giunto il momento di procedere all’incoronazione nella capitale: fece costruire sei obelischi in onore di Amon trasportati tramite fiume fino a Karnak e lo fece raccontare tramite geroglifici in bassorilievo nel suo tempio.

Sempre a Karnak fece erigere la Cappella Rossa (quarzite rossa e granito), piccolo santuario dove sostava la barca del dio Amon durante le celebrazioni: qui è scolpita l’incoronazione della regina, rappresentata in ginocchio tra Amon e Ra. Hatshepsut adesso è faraone. La peculiarità è che occupava la posizione con il faraone legittimo ancora vivo. Qui sono perfino rappresentati accanto, identici.

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Horus e Thot purificano Hatshepsut (la sagoma è stata cesellata), Karnak

Per una ventina d’anni, Hatshepsut regnò portando al regno un periodo non solo di prosperità e buon governo, ma brillando per innovazione e creatività, lasciando in ombra l’erede legittimo Thutmosi III; questi, una volta assunto il potere, pare abbia condannato la zia-matrigna ad una vera e propria damnatio memoriae, probabilmente per aver osato tanto. I cartigli di Hatshepsut vennero scalpellati, i suoi ritratti cancellati o sfregiati, i monumenti che aveva fatto costruire trasformati o abbattuti per riutilizzarne le pietre. Fu in questo modo che il ricordo della regina scomparve dalla storia, tanto che a lungo nessuno fece caso al fatto che la sovrana si faceva rappresentare come un uomo, con la barba posticcia e il gonnellino.

Hatshepsut
A sinistra, i nomi di Hatshepsut raschiati e cancellati, a destra, invece, quelli di Thutmose III lasciati intatti, al di sotto del Disco solare alato

Solo durante il XIX secolo, la sua storia venne gradualmente riscoperta grazie alla ricerca archeologica. Il suo nome era stato cancellato da statue e monumenti, il suo sarcofago profanato e la mummia rivela non il trattamento che ricevevano i Faraoni, ma anzi, un voler deturpare e nascondere. A riconferma di questa narrazione della regina, nel 2016 il ministero delle antichità egiziano ha dichiarato di aver ritrovato un blocco di pietra rappresentante Hatshepsut sull’isola di Elefantina.

Come scrive nel suo libro “Exploringg Ancient Egypt” (Oxford University press) l’egittologo Ian Shaw, «nella storia dell’Egitto, durante il periodo dinastico (3000-332 b.C.) ci sono state solo due o tre donne che hanno regnato come faraoni, piuttosto che impugnare il potere come grandi mogli hanno preferito opporsi e regnare come re».


Letture consigliate:

Silent Images: Women in pharaonic Egypt – Zahi Hawass, Published by “The American University in Cairo Press”

Le signore dei signori della storia – Annamaria Laserra, pubblicato con il contributo del dipartimento di studi filologici, letterari, linguistici e storici dell’Università di Salerno.

Creativity and Innovation in the reign of Hatshepsut


 

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