Italia: più ore al lavoro in Europa, ma meno produttiva

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Di Ugo Lombardo – L’OCSE ci consegna il podio degli “stacanovisti” d’Europa, in termini di ore settimanali di lavoro. Subito dopo Grecia ed Estonia, infatti, l’Italia è il Paese dell’area euro dove si lavora più ore alla settimana, cioè 33, tre in più rispetto alla media di 30, e addirittura 7 ore in più rispetto alla Germania, cioè una giornata lavorativa aggiuntiva rispetto ai tedeschi.

La Germania, infatti, presenta un ritmo di 26 ore settimanali, prima dell’Olanda (28 ore). Questo dato, però, non riflette la reale produttività del nostro Paese perché, purtroppo, sempre secondo i dati OCSE, l’Italia, nonostante sia prima della Germania in termini di ore lavorative, sprofonda agli ultimi posti per livelli di produttività del lavoro. La Germania, dove si lavora di meno, è invece tra i Paesi migliori per produttività. Dal 2010 al 2016, la produttività italiana – intesa come Pil per ora lavorativa – è aumentata solo dello 0,14% medio annuo, peggior dato dopo quello della Grecia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il potere d’acquisto degli stipendi in Italia risulta in calo rispetto a 10 anni fa, secondo l’elaborazione dell’Istituto dei sindacati europei (Etuc).

Grafiche

Figura 1 – Fonte OECD

Quando si discute di produttività, si fa riferimento alla capacità di un’azienda di produrre di più, combinando meglio i vari fattori della produzione, attraverso nuove idee ed innovazioni tecnologiche, dei processi e dell’organizzazione. Il nostro Paese su questo fronte, purtroppo, fatica, anche se la situazione si è sviluppata a “macchia di leopardo”. Secondo il “Compendio degli indicatori sulla produttività” dell’OCSE, tra il 2010 e il 2016, la produttività italiana (Pil per ora lavorata) è aumentata solo dello 0,14% medio annuo (meno di noi ha fatto solo la Grecia con -1,09%) e prima (tra il 2001 e il 2007), era risultata ultima in assoluto.

Il declino economico dell’Italia è connesso a diversi fattori, che possono essere divisi in quattro macro categorie:

1) Difficoltà, in Italia, di fare impresa. Il nostro Paese ha perso cinque posizioni, rimanendo fuori dalla top 50 nella classifica mondiale del rapporto “Doing Business”, che ogni anno viene scritto dalla Banca Mondiale. Quest’esclusione è dovuta a diversi fattori, tra cui il livello delle tasse, le possibilità di accesso al credito, come anche la gestione dei permessi di costruzione (104° posto) e il rispetto dei contratti (111°).

2) Un basso livello di competenze determinato, anche, dalla cosiddetta Fuga di cervelli. L’Italia, infatti, non solo è in coda tra i Paesi avanzati per percentuale di laureati, ma ha anche uno dei più allarmanti livelli mondiali di “disallineamento” tra i percorsi di studio scelti dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro; si parla, in tal senso, di uno “skill mismatch”. Questo disallineamento è evidente nei confronti della Germania, Paese in cui la disoccupazione dei giovani laureati tra i 25 e 39 anni è stata del 2-4%, mentre in Italia ha oscillato tra l’8 e il 13%. Ad influire maggiormente in tale gap, vi è la composizione per disciplina che differisce nettamente da quella italiana: in Germania, infatti, vi sono più laureati in informatica, ingegneria, economia e management, mentre in Italia ci sono il doppio di laureati in scienze sociali e in discipline artistiche e umanistiche.businessman.2753324_1920.jpg

3) Carenze strutturali e divario nord-sud. Questa situazione determina una mancata convergenza economica del Mezzogiorno, con conseguente ritardo nel processo di riforma dei mercati dei beni, regolamentazione mal concepita, basso livello di concorrenza.

4) Permane, infine, il problema tecnologico. Nel famoso Digital Economy and Society Index (Desi), redatto ogni anno dalla Commissione Europea, ci troviamo bloccati in quartultima posizione (25° su 28), prima di Bulgaria, Grecia e Romania, addirittura penultimi se consideriamo l’utilizzo di internet e ultimi per lettura di notizie online. L’Istat, proprio in relazione alla spesa in ricerca e sviluppo, ha evidenziato come, anche se aumentata durante la crisi, continua ad essere inferiore a quella delle maggiori economie europee (circa l’1,3% del Pil contro una media al 2% per l’UE). Circa il 60% di tale spesa, inoltre, è concentrata solo in quattro regioni: Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna.

Concludendo, non è confermato il binomio più ore di lavoro maggiore produttività, poiché quest’ultima dipende da elementi che si inseriscono nella qualità delle ore lavorative ed è caratterizzata da una serie di investimenti che possano permettere di migliorare, in termini qualitativi, le ore di lavoro espresse. Pertanto, Italia più stacanovista, ma per migliorare la propria produttività c’è ancora tanto da fare.


 

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