Con le stragi di Pasqua, lo Sri Lanka ha scoperto il terrorismo islamico

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Di Anna Chiara Filice – Ore 8.45 del 21 aprile 2019. È la domenica di Pasqua, centinaia di fedeli affollano la chiesa di St. Sebastian a Negombo, a nord della capitale dello Sri Lanka. La chiesa è gremita, fa caldo, circa 30 gradi. L’unico suono che si sente, oltre alle parole del celebrante, è il ronzio delle pale del ventilatore sul soffitto. I presenti hanno lo sguardo rivolto verso l’altare, attenti a seguire la liturgia che celebra la resurrezione di Cristo. Quasi nessuno ha prestato attenzione al giovane in maglietta grigia a righe che si è seduto ai primi banchi. Indossa uno zaino e non lo toglie neppure da seduto.

A un certo punto, il boato. Poi silenzio. Infine le urla disperate delle persone rimaste ferite nell’esplosione e di quelli che corrono cercando di mettersi al riparo. La deflagrazione è stata così potente che ha fatto crollare i mattoni del tetto. Tutt’intorno, corpi dilaniati, sangue, detriti, buchi sui muri. Intanto, con detonazioni a catena in altre due chiese e tre hotel di Colombo, le stragi sono compiute: il bilancio, ancora provvisorio per via delle condizioni dei 500 feriti, è di 257 morti.

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Prima pagina del Times scozzese dopo le stragi

Dalle 8.45 della mattina del 21 aprile lo Sri Lanka non è più lo stesso. Da famosa meta turistica nel Golfo del Bengala – tappa obbligata per chi va in crociera alle Maldive – l’isola si è trasformata nella patria del più efferato terrorismo islamico dell’Asia. Per numero di morti, capillarità della preparazione e ferocia, i massacri sono stati paragonati agli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York.

A più di due settimane dalle bombe, sono ancora sconosciute le reali cause della strage, chi siano i mandanti e perché tanta violenza in un Paese che aveva conosciuto un periodo di relativa serenità. Prima del 21 aprile, l’isola era stata segnata dalle violenze della guerra civile, durata quasi 30 anni e combattuta tra militari dell’esercito e ribelli delle Tigri Tamil, cioè – in buona sostanza – tra singalesi buddisti e tamil nazionalisti che volevano uno Stato separato nel nord-est dell’isola. Il conflitto armato è terminato nel 2009 con la morte del capo politico delle Tigri, Velupillai Prabhakaran, e il presidente di allora, Mahinda Rajapaksa, che sventolava la bandiera del “portatore di pace”.

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Uno spostamento massiccio di sfollati durante la guerra civile (2008)

Si calcola che negli ultimi mesi di combattimento siano morte almeno 100.000 persone e altre 20.000 scomparse in maniera misteriosa nelle mani dei militari. Il ricordo di quelle violenze è una ferita aperta anche a distanza di tanti anni. Eppure il Paese nell’ultimo periodo ha puntato sulla riconciliazione nazionale e avviato un processo di riforme e pacificazione sociale tra le varie comunità. Nel 2016 ha costituito un Ufficio per la ricerca delle persone scomparse (che procede a rilento), dopo aver accettato nel 2015 il rapporto dell’Onu sui crimini di guerra, che attribuisce le responsabilità del conflitto civile anche all’ex dittatore Rajapaksa.

Oggi la domanda più urgente è: chi ha voluto, organizzato e finanziato le bombe? Chi ha fornito gli esplosivi? È la rete del terrorismo internazionale o schegge impazzite locali? Chi ha il coraggio di farsi esplodere in mezzo alla propria gente? I kamizake erano stranieri o ex combattenti tornati in patria da Siria e Iraq?

In realtà è emerso che da anni qualcuno tentava di mettere in guardia il governo sul pericolo di attentati. È il caso di Hilmy Ahamed, vice-presidente del Consiglio islamico dello Sri Lanka, che avrebbe avvertito le autorità già tre anni fa; o dell’avvocato e giornalista Rajpal Abeynayake, secondo cui già nel 2008 l’intelligence statunitense sarebbe stata in possesso di prove sulla crescita di un movimento islamico legato al Wahhabismo (dottrina alla base dell’islam sunnita radicale professato in Arabia Saudita).

Quel che è certo è che le autorità di Colombo hanno ignorato gli avvertimenti provenienti dall’estero e da consulenti interni proprio nei giorni precedenti. Il presidente Maithripala Sirisena ha ammesso che le agenzie per la sicurezza lo hanno “tenuto all’oscuro”; poi anche il primo ministro Ranil Wickremesinghe, ha dichiarato: «L’India ci ha fornito le informazioni, ma poi c’è stato un vuoto nel modo di agire…e le informazioni non sono state trasmesse».

La meticolosità con cui sono stati progettati gli attacchi suggerisce l’ipotesi di una regia più ampia rispetto ai due gruppi islamici locali che le autorità ritengono responsabili: il National Thowheed Jamath e il Jamaat-ul-Mujahideen, con sospetti legami con l’estero. A complicare la vicenda, due giorni dopo la strage, su Amaq, l’organo di stampa ufficiale del Califfato, è arrivata la rivendicazione di sette militanti che giurano fedeltà allo Stato islamico. I terroristi sarebbero: Abu Ubaida, Abu al-Mukhtar, Abu Khalil, Abu Hamza, Abu al-Barra, Abu Muhammad e Abu Abdullah

Il caos nell’isola è giunto ai massimi livelli con la notizia che due kamikaze sarebbero figli di commercianti miliardari. Da qui le ulteriori domande: com’è possibile che giovani istruiti e agiati abbiano abbracciato il martirio islamico? Cosa li ha spinti? Chi li ha indottrinati? Lo stesso era avvenuto anche con l’attentato del primo luglio 2016 all’Holey Artisan Bakery Cafè di Dhaka, in Bangladesh. Anche in quel caso, alcuni attentatori erano rampolli di famiglie ricchissime: uno era addirittura il figlio di un politico al governo, scappato di casa da mesi.

Per quanto riguarda il terrorismo in Sri Lanka, secondo il dott. Abeynayake la colpa sarebbe dei governi che, per assicurarsi il voto degli elettori musulmani, avrebbero chiuso un occhio davanti alla radicalizzazione condotta nelle 300 scuole coraniche (madrasse) del Paese, per lo più finanziate da donatori esteri come l’Arabia Saudita e il Qatar – il primo legato agli Usa, il secondo più vicino all’Iran.

Nel frattempo la paralisi politica è totale ed è forse proprio attorno ai tre principali leader che ruota il bandolo della matassa. L’origine sta nella posizione strategica dell’isola che da sempre è soggetta alle influenze delle grandi potenze regionali, India e Cina in testa, che ne corteggiano i governi per il controllo delle rotte marittime. Anche di recente si è riaccesa la contesa tra il leader dell’opposizione Rajapaksa (sostenuto dalla Cina) e il premier Wickremesinghe (simpatizzante per l’India).

Nell’isola Pechino ha grandi progetti in ballo per le infrastrutture della Nuova Via della Seta cinese: tra questi, il porto commerciale di Colombo e il porto di Hambantota, nel sud, che sarà la prima tappa delle navi piene di prodotti “made in China” che arriveranno fino al cuore dell’Europa.

Tra minacce di terrorismo internazionale, cospirazioni politiche interne degli organi di sicurezza, presunti appoggi esterni al fondamentalismo, grandi potenze internazionali che soffiano sulle fragilità del Paese, sembra lontana la speranza di fare chiarezza, almeno nel breve periodo.


Copertina di Ishara S. Kodikara (AFP)

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