It’s the economy, stupid!

Di Francesco Paolo Marco Leti – La crisi economica turca non nasce negli ultimi mesi, al contrario, è il prodotto di decisioni che si sono accumulate nel corso degli anni. Fino all’inizio della recente decade, la Turchia mostrava un ritmo di sviluppo impressionante, tale da renderla uno dei paesi in maggiore espansione economica sulla scena internazionale.

La situazione è cominciata a peggiorare dal 2012, quando la bilancia commerciale del Paese si è appesantita e mostra una serie di deficit, anche di dimensioni notevoli. In questi casi, il primo effetto è di tipo valutario: la moneta del paese in deficit, la Turchia, si deprezza rispetto alle controparti internazionali, permettendo uno stimolo delle esportazioni e una contemporanea riduzione delle importazioni a causa dell’aggravio di prezzo dei prodotti esteri, a sua volta dovuto alla svalutazione. In economia, questa condizione è nota come effetto della curva J e rappresenta la base per la cosiddetta “condizione di Marshall-Lerner”. Affinché questo riequilibrio della bilancia commerciale avvenga “naturalmente” è necessario, però, che la moneta del Paese in questione sia libera di fluttuare nei confronti delle altre monete.

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Ramo della Banca Centrale Turca sito a Istanbul

Un altro modo per riequilibrare lo squilibrio commerciale è l’utilizzo del tasso d’interesse fissato dalla Banca Centrale Turca. Per rendere di facile comprensione lo strumento, basta chiarire che un aumento dei rendimenti dei depositi e dei titoli, pubblici o privati, tende ad attrarre capitale dall’estero, controbilanciando il deficit commerciale attraverso l’afflusso di capitali. Una manovra di questo tipo ha, però, un grosso costo: aumentare il tasso d’interesse comporta la sottrazione di risorse economiche al sistema che verranno lautamente remunerate depositando i propri risparmi nelle banche. Questa condizione sottrae risorse per gli investimenti e tende a peggiorare l’andamento del PIL del Paese, potendone addirittura provocare, nei casi peggiori, la recessione.

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Proteste di piazza Taksim, Istanbul, 2013

Queste due manovre – deprezzamento monetario e aumento del tasso d’interesse – non sono state messe in campo in Turchia nella fase fino al 2018. Le ragioni di questa stasi sono di natura politica. Il Paese, in quel momento, stava attraversando una serie di elezioni (2014), di turbolenze interne (colpo di stato del 2016), di riforme che accentravano il potere del Presidente e che rendevano necessario un alto consenso (riforma costituzionale del 2017); consenso, questo, che sarebbe stato incrinato da manovre economiche essenziali, ma recessive. Proprio l’esito poco liberale delle scelte politiche, ha determinato l’inizio di un forte deflusso di capitali dal Paese che ha provocato un lento, ma inarrestabile, deprezzamento della lira turca.

Nella stasi della politica, l’economia della Turchia ha reagito a tale deflusso di capitali, cominciando a denominare il proprio indebitamento in dollari. Nello specifico, si è deciso di arginare il fenomeno, usando una moneta sulla quale non aveva alcun tipo di controllo. Questo ha provocato, ad inizio 2018, una situazione esplosiva: il debito estero ha raggiunto il 50% del PIL e una buona fetta di esso è stato denominato in dollari.

L’esplosione dell’inflazione all’interno del Paese – dovuta anche al deprezzamento monetario, alla fuga di capitali esteri di fronte all’aggravarsi delle limitazioni alla libertà interna e all’inerzia delle autorità di politica monetaria – ha determinato la necessità di un cambio di rotta: la Banca Centrale ha modificato il tasso d’interesse in pochi mesi portandolo dal 3% al 24%. Il Presidente, reagendo negativamente alla manovra, si è arrogato il diritto di scelta del Presidente della Banca Centrale, riducendone fortemente, al contempo, la durata del mandato: in sintesi, mette la museruola ad una delle autorità che dovrebbero apparire, almeno nominalmente, indipendenti nel Paese.

L’effetto di tale scelta è stato devastante. Infatti, non solo il deflusso di capitale sta continuando ma, nel timore di un forte deprezzamento della moneta dopo le elezioni amministrative, è cominciata la trasformazione con il cambio di lire turche in dollari da parte dei residenti stessi. A far deviare verso questa soluzione è anche un report di Jp Morgan, nel quale s’invita alla vendita allo scoperto di lire turche, soprattutto a causa dell’assenza di “cartucce” (riserve in moneta estera) da parte della Banca Centrale per sostenere il tasso di cambio col dollaro. Le motivazioni di questa indicazione vanno ricercate nel fatto che nel periodo precedente le elezioni, la Banca Centrale aveva rastrellato sul mercato dollari (proprio i dollari trasformati dai residenti e detenuti nelle banche commerciali del paese), in cambio di tassi d’interesse onerosi, pur di avere la liquidità pregiata necessaria per sostenere la valuta. Alla fine di questa manovra, secondo il Financial Times, le riserve in valuta estera sarebbero ammontate a malapena in 16 mld di dollari. Al report di Jp Morgan, la Banca Centrale ha risposto bloccando tutta la liquidità verso gli operatori esteri (ha vietato alle banche i prestiti in lira per bloccare le vendite allo scoperto) facendo esplodere gli swap a breve.

Ad aggravare ulteriormente le già precarie condizioni interne, ci sono dei problemi internazionali. I contrasti fra Erdogan e Trump e l’imposizione di dazi americani sulle merci turche hanno reso ancora più difficile la ripresa interna. A questo si deve aggiungere il rialzo dei tassi d’interesse della Federal Reserve, che hanno un effetto di attrazione di capitali internazionali molto forte, dragando ulteriormente risorse dall’economia turca: è la classica preferenza verso i rendimenti sicuri.

Concludendo, le condizioni economiche della Turchia, al momento, sono molto preoccupanti: il calo del PIL, l’inflazione al 19%, una continua fuga di capitali verso l’estero e il tasso di interesse al 20% sono forieri di un ulteriore peggioramento della situazione, anche alla luce delle difficili condizioni internazionali. Date le condizioni, il partito al Governo e il Presidente in carica non possono non pagare un prezzo, essendo inoltre responsabili della situazione economica attuale.


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