Manette virtuali ai polsi delle donne saudite

Di Sara Sucato – Rahaf al Qunun, Dina Ali Lasloom, Ashwaq e Arij Hamoud. Chi sono? Donne saudite, la cui storia è caratterizzata da un elemento comune: la fuga, dalla famiglia e dalle leggi dello Stato natio.

Sono più di mille le donne che, solo nell’arco del 2017, hanno provato a superare i confini dell’Arabia Saudita. Verosimilmente, il numero potrebbe essere più alto considerando le difficoltà nel reperire dati attendibili in tale contesto istituzionale e la volontà della compagine governativa di non diffondere un certo tipo di informazione, che potrebbe nuocere alla già precaria reputazione del Paese presso altri Stati.

prigioneVittime di violenza fisica e psicologica, subiscono soprusi anche all’interno delle mura domestiche, senza alcuna possibilità di denunciare, poiché la loro testimonianza in tribunale verrebbe considerata meno valida rispetto a quella di un uomo, correndo inoltre il rischio di dover portare tale stigma per la vita, di essere uccise o rinchiuse in strutture formalmente deputate all’educazione, dalle quali poi non si hanno più notizie delle ospiti.

La tradizione saudita affonda le proprie radici nel più ferreo patriarcalismoPatriarcalismo, che va oltre il sistemico patriarcato, poiché l’autorità e la protezione maschili si estendono al di là della cerchia familiare, investendo la totalità dell’organizzazione dei rapporti sociali.

Durante l’anno passato abbiamo gioito per la revoca del divieto di guida imposto alle donne nel Paese, attraverso un programma di riforme sociali attuato dal principe Mohammed bin Salman in qualità di vice Primo Ministro e Ministro della Difesa.

Tuttavia, esistono ancora divieti che frenano la libertà e le possibilità, se non i diritti,muslim delle donne saudite. Per loro, infatti, non è possibile rinnovare un documento d’identità senza il permesso della guida maschile, che sia marito, padre, figlio o fratello. Non è loro consentito aprire un conto in banca o detenere risparmi, così come parlare con altri uomini senza limitarsi allo stretto necessario o uscire da casa per acquistare i prodotti indispensabili durante il ciclo mestruale. Per ogni idea, intento o movimento bisogna avvertire e chiedere il permesso a chiunque eserciti la patria potestas.

Se risulta difficile varcare l’uscio per svolgere semplici attività quotidiane, diventa impossibile nel momento in cui la donna intenda lasciare il Paese anche per brevi periodi. 

Siti d’informazione su scala globale come Business Insider, hanno affrontato la questione Absher dopo la chiamata alle armi dell’opinione pubblica e l’intervento dei CEO delle aziende Apple e Google. Absher è un’app sviluppata da tecnici informatici del governo saudita, utilizzata sia dagli uomini che dalle donne per svolgere semplici attività che possono riguardare i cittadini di tutto il mondo come il rinnovo della licenza di guida o i pagamenti online. L’app, prima sconosciuta al di fuori del Medio Oriente, è diventata oggetto d’interesse nel momento in cui, donne riuscite a fuggire dal Paese, ne hanno palesato l’utilizzo preminente. In sostanza, dopo aver inserito le proprie credenziali ed effettuato il login, attraverso un codice identificativo per la donna o le donne – e i bambini – in custodia, l’uomo può applicare o revocare il permesso di utilizzo del passaporto e di allontanamento dal Paese, potendo inoltre decidere per quante volte, quanto a lungo e verso quale destinazione. Una prigione invisibile, una spada di Damocle troppo pesante per il crine di cavallo che la regge.

Così, questo crine si è spezzato nel momento in cui alcune donne hanno provato a fuggire, riuscendo ad assaporare la vittoria e la speranza, per poi veder andare tutto in fumo. L’applicazione, infatti, avverte con un sms l’utente loggato nel momento in cui venga utilizzato un passaporto dei soggetti sotto la sua potestà o effettuato un viaggio non autorizzato. Con la connivenza delle autorità locali, le donne vengono prelevate con la forza e rinchiuse nelle carceri dalle quali è possibile uscire solo per mezzo di un documento firmato dal patriarca stesso. Un circolo vizioso che si autoalimenta.

Restare è non vivere, scappare comporta il rischio di moriretradition.3635884_1920Per questo, le donne saudite hanno costituito fronte comune creando delle piattaforme di scambio, anche attraverso i social media, tramite le quali condividere consigli per sopravvivere all’app. Per esempio, in molte suggeriscono di modificare la password, impostarne una nuova e auto-concedersi il permesso a partire, altre collegano un diverso numero di telefono in modo che il proprietario del dispositivo non riceva l’sms per l’utilizzo del passaporto.

Tuttavia, non possono essere adottate come soluzioni a lungo termine. La fuga comporta rischi elevati, uno stress psicologico senza eguali, la pianificazione nei minimi dettagli, a volte con tempi più lunghi di un anno. Ogni dettaglio deve essere perfetto, ogni eventualità messa in conto solo per poter sperare di ricominciare a vivere altrove, con le sole proprie forze.


 

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