Dalla Terra alla Luna in bicicletta, passando per le stelle

Di Silvia Scalisi – Quanto può essere grande l’amore di un padre per una figlia? Probabilmente non si può quantificare, ma se si potesse farlo sarebbe una misura che va dalla Terra alla Luna, andata e ritorno (I love you to the moon and back, ha scritto qualcuno), passando per le stelle.

E quanto può essere grande la voglia di fare qualcosa per gli altri, di lasciare traccia di sé, di regalare un insegnamento a chiunque abbia la volontà di ascoltare? Anche questa voglia, probabilmente, non si può quantificare.

Sì, perché se il bisogno di condividere diventa una necessità, un’urgenza interiore, non puoi metterla a tacere, nemmeno di fronte a una malattia che sembra più grande di te. Nemmeno di fronte a un sarcoma sinoviale al quarto stadio.

78e40ae8-5ced-4add-a9b0-af63c73bea0dAndrea Bizzotto lo sapeva, e con il suo splendido sorriso ha voluto donare alla figlia Giulia, e indirettamente anche alla potenziale platea di noi lettori, un libro che racchiude in sé molto di più che la semplice storia di un malato terminale.

Andrea, infatti, non era solo questo. Sebbene una delle sue paure più grandi fosse quella di essere lentamente inghiottito dalla malattia, di diventare egli stesso il tumore, che lo mangiava dall’interno, inesorabile; sebbene avesse paura di non riuscire a riconoscersi più in ciò che faceva o diceva, perché c’erano mattine buone, ma anche tante, e spesso, mattine cattive; sebbene a volte si sentisse “altro da sé”, come una sorta di semplice contenitore di un mostro che non riusciva a scacciare; nonostante tutto questo, Andrea era molto altro. Molto di più.

Era un ragazzo di 33 anni che amava la musica, lo sport, la cucina. E che ha espresso un desiderio: quello di condividere la sua esperienza, di raccontarla. E certi appelli non possono restare inascoltati.

«Andrea voleva dimostrare al mondo che la malattia non è la fine di una famiglia» ci dice Rebecca Frasson, amica nonché artefice e curatrice del progetto che ha portato alla pubblicazione di Storia di un maldestro in bicicletta, edito da Brenta Piave Edizioni, «che tra alti e bassi, tra giornate sì e giornate no, si può comunque vivere la paternità andando oltre la malattia»; la scrittura come terapia e, al tempo stesso, come cura.

«Andrea aveva un dono particolare, come posso dire…lui sapeva metterti al centro», ci racconta ancora Rebecca. Nonostante il protagonista della vicenda fosse Andrea, negli incontri durante le presentazioni del libro a cui ha avuto la forza di partecipare, lui riusciva a spostare l’attenzione verso il proprio interlocutore, portandolo a riflettere sulla propria condizione, e magari facendogli cambiare il proprio approccio alla vita stessa.

L’obiettivo di Andrea era, anzi è, proprio questo. Non solo un lascito alla sua bambina, che non potrà vedere crescere, ma anche un lascito a tutti noi, a chi affronta quotidianamente la malattia, ma anche a chi semplicemente non si rende conto della fortuna che può avere a essere sano. Fortuna che, ammettiamolo, spesso ci scordiamo di avere.

C’è un particolare della storia di Andrea che fa sorridere, e ci fa riflettere su quanto la vita a volte possa essere paradossale. Andrea era balbuziente, una condizione che spesso gli procurava disagio e imbarazzo, e accentuava la sua timidezza. Questo libro è anche un po’ la sua rivincita: lui, che ha sempre “litigato” con le parole per farle uscire fluidamente dalla sua bocca, ha utilizzato proprio le potenzialità delle parole stesse. E all’improvviso, la balbuzie è sparita: non importa più a nessuno, sembra quasi non ci sia mai stata.

Storia di un maldestro in bicicletta è un libro che è stato scritto in due settimane, o poco più, perché il tempo stringeva e non c’era un minuto da perdere. Al contrario di quanto afferma il titolo, non è stato un lavoro disordinato, maldestro appunto, bensì lucido e attento, curato nei particolari, come ha voluto Andrea, grazie alla pazienza e alla tenacia delle persone che ci hanno creduto sin dall’inizio.

4ef87d2a-1539-4fca-a417-a5b67caecafcE se è vero che la famiglia, gli amici, lo avrebbero comunque ricordato per come era, è vero anche che senza Storia di un maldestro in bicicletta noi probabilmente non avremmo mai saputo della sua esistenza, non lo avremmo mai conosciuto, e saremmo stati privati di questa storia, ingiusta e bellissima al tempo stesso. Così come la piccola Giulia potrà addormentarsi ascoltando From my star come ninna nanna (la canzone che il papà ha scritto e cantato per lei, che si può sentire su Spotify o anche su YouTube), allo stesso modo ognuno di noi potrà portare un pizzico di Andrea, e della sua forza, dentro di sé.

Si dice che se uno scrittore racconta di qualcuno, quel qualcuno diventerà immortale, continuando a vivere in quelle parole e in quelle pagine. Andrea non era uno scrittore, ma non era neanche un analfabeta, come amava ripetere. Biz, come lo chiamavano gli amici, ha narrato di sé, di ciò che è stato in vita, e di ciò che avrebbe voluto essere dopo la morte, per sua figlia, ma non solo. E per questo, la sua vita continuerà a lasciare un’eco.

Perché un libro, una canzone, una storia condivisa, hanno questo potere: riuscire a far vivere per sempre.


 

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