Aliquote Iva in rosa

Di Simona Rizza – Ogni donna in età fertile ha il suo ciclo mestruale per circa 2535 giorni della sua vita.  Il ché corrisponde a circa sette anni di acquisti di tamponi o assorbenti, con annesse improvvisazioni e opere creative per gli imprevisti, oltre alla capacità di gestire dolore fisico e disagio.

Negli ultimi anni il dibattito mondiale sul ciclo è cresciuto esponenzialmente, in maniera proporzionale alla volontà delle donne – dei transgender e di tutti coloro che vivono l’esperienza del ciclo mestruale – di portare la questione su spazi pubblici. Grazie a tale progresso sono stati sviluppati e inseriti nel mercato nuovi prodotti e servizi: dalle coppette vaginali, alla biancheria intima da ciclo, al cannabis medicinale, sino ai c.d. “period coaches”.

A livello globale, sostenitori e attivisti continuano a lottare per il riconoscimento legale del diritto di ogni donna a gestire con dignità il proprio ciclo mestruale, difendendo il concetto di “menstrual equity” nel dibattito pubblico. Tale concetto di “equità mestruale” si riferisce alla parità di accesso ai prodotti per l’igiene, ma anche all’educazione sessuale e alla salute riproduttiva. Una lotta dal basso che vorrebbe favorire lo sviluppo di politiche proattive in materia nonché l’emanazione di nuove leggi che assicurino la fornitura di prodotti mestruali in prigioni, rifugi, case famiglia e scuole.

In tale contesto, il quesito di fondo sembra non mutare malgrado il passare degli anni eassorbenti dei risultati raggiunti: come mai dei prodotti sanitari utilizzati per assorbire  sangue mestruale – che molti potrebbero definire essenziali – sono ancora soggetti a tassazione in molti Paesi? La chiamano tampon tax, o anche blood tax pink taxt, la tassa inclusa nei costi degli assorbenti igienici femminili.

Secondo una prospettiva prettamente economica, si tratta di un giro di affari di milioni di euro. Si pensi, ad esempio, che sulla base dei dati di vendita forniti da Lines Italia, solo nel 2015 sono stati venduti 144 milioni di assorbenti, 48 milioni di salvaslip e 9 milioni di tamponi, che corrispondono a circa 460 milioni di euro, di cui 83 di Iva.

In diversi Paesi la blood tax è tutt’oggi palesemente contraria al principio di uguaglianza sostanziale, restando assolutamente identica, al variare dei livelli di estrazione sociale e reddito delle acquirenti. Per le donne in stato di povertà le necessità dell’igiene femminile rappresentano spesso una vera e propria sfida economica alla sopravvivenza.

Non è un caso, infatti, che il primo Paese ad abrogare la pink tax sia stato proprio il Kenia nel 2004, seguito da Canada, Malaysia, Uganda, Tanzania, Nicaragua, Trinidad e Tobago. L’India – anch’essa caratterizzata da una larga fetta di popolazione sotto i livelli minimi di povertà – ha raggiunto il medesimo obiettivo a luglio 2018, mentre solo da gennaio 2019 l’Australia applica l’aliquota IVA allo 0% sui prodotti igienici sanitari.

Tampon-TaxIn Paesi come l’Islanda, l’Argentina, la Bulgaria, l’Albania o la Moldavia, tuttavia, la tampon tax è ancora tassata al 20% o in misura superiore. Le donne in Bosnia, Turchia, Nuova Zelanda, Sud Africa e Cile pagano tra il 15 e il 19% di IVA per acquistare i prodotti sanitari di cui necessitano primariamente. Nel panorama europeo, invece, la metà dei Paesi riscuote ancora sugli assorbenti igienici gli stessi livelli di IVA imposti su tabacco, birra, vino e gioielli. In 10 di questi Paesi, l’aliquota supera il 20%: Ungheria 27%; Croazia, Svizzera, Danimarca al 25% e Italia al 22%.  Un confronto tra le diverse leggi fiscali nazionali effettuate da Civio dimostra che la famigerata tassa sui tamponi è superiore alla tassa di soggiorno applicata dalle strutture alberghiere. In una prospettiva prettamente giuridica, la materia è regolamentata da una Direttiva dell’Unione Europea, che consente agli Stati membri una riduzione dell’IVA fino a un minimo del 5% sui prodotti igienici sanitari.

Negli ultimi anni, molti governi nazionali hanno modificato la legislazione interna di riferimento, allineandosi alla normativa europea, tra questi vi sono la Spagna, la Grecia e l’Austria, con un’aliquota IVA del 10% (o superiore), ma anche la Francia con il 5,5% e il Regno Unito con il 5%. Unica vera eccezione rimane l’Irlanda, dove l’aliquota è pari allo 0%: la legge nazionale irlandese in materia, infatti, ha preceduto la normativa europea, non ponendosi in contrasto con questa, data la previsione esplicita di maggior favore.

In Italia l’aliquota ordinaria è stata introdotta nel 1973, è cresciuta nel tempo e si applicaLetThereBeBlood-Edit_1024x in misura eguale anche ad altri prodotti essenziali in cellulosa quali carta igienica e pannolini per bambini.
Nel “Bel Paese” quello sull’abolizione della tampon tax sembra essere un percorso ancora lungo e tortuoso. A farsi promotore di una battaglia in Parlamento era stato nel 2016 Pippo Civati e più di recente il movimento Onde Rosa aveva lanciato una petizione sul sito change.org, chiedendo un riduzione drastica della tassa e raccogliendo sotto il nome della campagna “Stop Tampon Tax” più di 2500 firme in pochissimo tempo.

«Se un rasoio maschile è tassato come bene di prima necessità», si legge sulla pagina Facebook di Onda Rosa «viene spontaneo chiedersi come mai un assorbente non abbia lo stesso regime di tassazione. Il costo degli assorbenti non è un problema che riguarda esclusivamente le donne ma è un problema che coinvolge tutta la famiglia, uomini compresi». Malgrado gli sforzi e la partecipazione generale riscontrata, con la Legge di Bilancio 2019 l’aliquota IVA sugli assorbenti e gli atri prodotti in cellulosa è rimasta al 22%, a differenza del tartufo, il cosiddetto oro nero, che nel corso del 2019 avrà una tassazione del 5%, pari, quindi, a quella delle pere e delle mele.

Laura Coryton, studentessa dell’Università di Oxford e autrice della petizione su change.org che ha trainato le proteste in tutto il mondo affermava: «Tassando le donne che hanno il ciclo mestruale, i governi sottintendono che sia un lusso per loro partecipare nella vita pubblica una volta al mese e che la società non valorizza il loro contributo. Si tratta di un concetto inaccurato e arcaico.»


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