Ritardi e violenze, la Nigeria alla prova “di maturità” del voto

Di Maddalena Tomassini – Un viaggio a vuoto non è mai piacevole. Men che meno se comporta tornare – talvolta camminando a piedi per chilometri – nella propria città natale, in uno dei 36 Stati federali della Nigeria dove più di frequente scorre sangue.

In tanti sabato mattina si sono diretti ai seggi elettorali, pronti a esercitare il loro diritto al voto in quella che è la sesta tornata elettorale dal 1999, anno in cui il potere dei militari è giunto al capolinea. Non erano stati informati che, nel cuore della notte, la Commissione elettorale aveva rimandato le elezioni di una settimana. Il motivo dichiarato è logistico. Di certo, è pesato anche l’attacco di tre giorni fa, in cui sono morte 66 persone – di cui 22 bambini e 12 donne – nello Stato settentrionale di Kaduna.

880x495_cmsv2_fd3c3a84-434b-5b6d-a022-655c4632648f-3665294I due principali candidati hanno fatto immediatamente appello ai loro sostenitori perché mantenessero la calma, puntandosi vicendevolmente il dito contro. Per il Congresso di tutti i progressisti del Presidente uscente Muhammadu Buhari (76 anni), il rinvio favorisce il principale avversario, Atiku Abubakar (72 anni). Da parte propria, il Partito democratico popolare respinge le accuse. La tensione è palpabile, e la paura di esplosioni di violenza non senza fondamento. Da qui l’accordo di pace siglato il 13 febbraio, con cui chiedono ai loro sostenitori di rispettare il risultato delle elezioni e astenersi da qualsiasi violenza che minacci «elezioni libere, giuste e credibili».

La Nigeria, circa 190 milioni di abitanti, è una democrazia giovane, in cerca di conferme come metà dei suoi elettori: il 51% degli 84 milioni aventi diritto ha fra i 18 e 35 anni. La prima economia africana ha una democrazia tutt’altro che priva di lacune, alla “prova di maturità”, che ha bisogno di andare avanti e consolidare regole e prassi. Nel 2015, Buhari è stato il primo candidato dell’opposizione a vincere. Quest’anno c’è una prima volta diversa: il confronto non è fra un candidato del “nord islamico” e uno del “sud cristiano”, ma entrambi vengono dal nord e appartengono all’etnia fulani.

I problemi con cui il vincitore dovrà fare i conti non sono pochi: il Paese naviga in acque economiche agitate, con una crescita debole del 1,9%, dopo la pesante recessione del 2016. Pesano le fluttuazioni dei prezzi del petrolio, di cui è il primo produttore nel continente, e la corruzione, ostacolo per gli investimenti esteri.

880x495_353219Tuttavia, il prezzo più caro è quello di sangue. I fronti sono molti, primo fra tutti Boko Haram, gruppo islamista nato nel 2002 e attivo nel nord-est nigeriano. A ciò si aggiungono le violenze inter-settarie, gli scontri fra pastori e agricoltori e i movimenti secessionisti lungo il delta del Niger.

Sono molti gli aspetti che rendono le elezioni meritevoli di attenzione, perché la Nigeria è uno dei principali Paesi d’origine delle persone che fuggono via mare, perché con il suo peso economico timona gli equilibri geopolitici dell’Africa. In ultimo e non in ultimo, nel contesto di un generale indebolimento del sistema democratico, la democrazia alla prova in Nigeria è una democrazia alla prova per tutti.


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