Tutto quello che avreste voluto sapere sui gilet gialli (ma non avete mai osato chiedere)

Di Francesco Puleo – Sono passati quasi due mesi dalla prima manifestazione nazionale dei gilet gialli in Francia. Il 17 novembre, il mondo intero ha assistito alla protesta di decine di migliaia di manifestanti in tutto il paese, in seguito a una mobilitazione nata sul web a partire da una semplice petizione che chiedeva la riduzione del prezzo della benzina e che si è rapidamente trasformata in un’insurrezione popolare che nessun partito o sindacato è riuscita a egemonizzare.

Sebbene per ragioni di spazio questa non possa essere la sede per ricostruire in modo dettagliato la cronologia di due mesi di proteste, si può affermare che il principale spartiacque sia stata la metà del mese di dicembre, tra la quarta e la quinta settimana di proteste. In quel momento, non solo il numero di manifestanti ha oltrepassato i centomila (con l’apporto significativo di studenti e universitari) ma, oltre ai blocchi stradali, si è assistito al blocco dell’accesso a fabbriche (Monsanto), centri della grande distribuzione organizzata (Carrefour) e agenzie di consegna di colossi dell’e-commerce (Amazon), rispettivamente a Trèbes, Caen e Tolosa.

Esattamente a ridosso della quarta settimana, l’azione repressiva delle forze dell’ordine ha registrato il suo apice, come denuncia il report della sezione francese di Amnesty International pubblicato il 17 dicembre. In base ad altre testimonianze, a partire da quel momento la Gendarmerie ha usato sia granate di disaccerchiamento sia granate GLI-F4 (quest’ultime considerate a tutti gli effetti armi da guerra). E non a caso il numero dei manifestanti nelle settimane successive si è ridotto.

In quel momento, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha fatto il suo discorso alla nazione in cui ha annunciato l’aumento di 100 euro del salario minimo (in gran parte già previsto nella programmazione economica e finanziaria degli anni successivi), la defiscalizzazione degli straordinari e dei premi (facoltativi) delle imprese ai lavoratori. Dal momento che queste misure non prevedono aumenti fiscali sulle fasce di reddito più alte e non toccano disoccupati né lavoratori part-time, non è difficile capire perché le proteste non si siano fermate.

In questi due mesi sono cambiate molte cose. In primo luogo, la narrazione secondo la quale i gilet sarebbero dei barbari, antiecologisti e simpatizzanti di Marine Le Pen (leader della destra radicale) è ormai ampiamente screditata. Al di là di una composizione sociale in sé difficile da classificare, le indagini sociologiche effettuate sul campo confermano la collocazione politica del movimento: in particolare uno studio effettuato da oltre 60 ricercatori del CRNS e dell’INRA (istituti di ricerca specializzati in sociologia e scienze politiche) per Le Monde mostra come, accanto a un terzo di manifestanti che si dichiarano non militanti, nel restante 67% la sinistra è di gran lunga maggioritaria (42%) e l’estrema destra largamente minoritaria (4,7%). D’altronde, bastava leggere i 25 punti del manifesto pubblicato dal movimento a dicembre per rendersene conto: 24 su 25 sono proposte orientate alla redistribuzione della ricchezza e del potere politico e alla tutela dell’ambiente.

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Non manca chi, di fronte all’incapacità di comprendere la situazione, abbia sventolato l’ipotesi del complotto. La Brexit, la vittoria di Trump, l’ascesa dei populismi e le proteste francesi, tutti questi eventi avrebbero un’unica spiegazione: “Ha stato Putin”. I giornalisti russi a loro volta evocano il complotto degli Stati Uniti, che sarebbero contrari alla proposta dell’esercito europeo voluto da Macron.

Al di là di questi complotti fantasiosi, c’è un dato: le manifestazioni non sono state pacifiche. Limitarsi però a una generica critica della violenza, senza fare il minimo sforzo per capire le ragioni di chi protesta da due mesi, è un esercizio sterile. Non sorprende che a farlo siano gli stessi che applaudivano le manifestazioni tutt’altro che pacifiche delle “primavere arabe” e che adesso guardano con sdegno a ciò che accade in Francia. Come ha scritto Fredric Lordon in un editoriale comparso di recente su Le Monde Diplomatique: «Condannare la violenza è sempre stato il miglior modo di non capire niente».

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