La guerra fredda si congela: la disputa dell‘Artico

Di Marco Cerniglia – La situazione politica mondiale che ci troviamo a vivere oggi vive una fase di tensione acutissima. I due grandi avversari di sempre, Russia e Stati Uniti, continuano la loro linea di aggressione diplomatica, con una serie di piccole battaglie che, prese nella loro totalità, danno un quadro parecchio preoccupante. E al tramonto di un G20 in Argentina, contornato dalle minacce di assenza del presidente degli USA Trump in risposta alle azioni della Russia di Putin in Ucraina, la situazione sembra non avere alcuno spiraglio di miglioramento.

Ma il conflitto ucraino, ritornato di recente all’attenzione dei media, ma mai spento, ne’ militarmente ne’ in termini di diplomazia, non è il solo obiettivo della Russia; tra gli altri, difficili da notare, ritroviamo i tentativi di espansione nell’Artico.

Il territorio artico è perlopiù legalmente definito zona di acque internazionali, quindi non appartenente a nessuno Stato; inoltre, molte delle risorse al suo interno sono considerate patrimonio dell’umanità, e quindi intoccabili. Alcuni Stati del mondo, tra cui anche la Russia, possono considerare alcuni pezzi delle acque artiche come parte del proprio territorio, fino a un limite di 200 miglia marine, o 350 se si decide di fare richiesta all’ONU dimostrando che le restanti miglia sono una effettiva continuazione della propria piattaforma continentale. I russi possiedono figurativamente solo circa un terzo di questo territorio, e qualsiasi espansione nella zona troverà quasi sicuramente l’opposizione dei restanti “proprietari”, tra i quali figurano Canada, Norvegia e Stati Uniti, oltre a Danimarca e Islanda.

Questo non sembra però fermare le idee di Putin, che assieme alla Cina, interlocutore internazionale privo di alcuna presenza nella zona, ma interessato a un potenziale sviluppo, ha creato la “Frozen Silk Road“, la terza sezione dell’originale Via della seta marittima, che le mappe non riportano.

Tra le manovre messe in atto dalla Russia per affermare la presenza nella zona, troviamo la più importante, che risale a fine dicembre 2017: una legge che sigla l’accesso esclusivo delle navi russe al trasporto di gas naturale e petrolio nel cosiddetto Passaggio a Nord-Est, che va dallo stretto di Bering al mar di Kara. I cambiamenti climatici hanno sconvolto parecchio la fisionomia della zona, con lo scioglimento dei ghiacci che, oltre a creare problemi nella navigazione, ha anche rivelato nuove zone prima ricoperte dai ghiacciai, con grandi ricchezze di petrolio e gas naturale che si troverebbero entro le 350 miglia marine dalla Russia, e sulle quali Putin intende rivendicare il possesso.

Tuttavia, anche gli altri Stati ora si muovono per allargare la propria zona, creando una nuova situazione di conflitto; in modo particolare gli USA, che con Obama avevano abbandonato i piani di sfruttamento delle risorse artiche, hanno di recente riaperto le attività.

Nonostante esistano strutture diplomatiche come l’Arctic Council creato nel 1996 per regolamentare l’estensione dei vari Stati nelle zone dell’Artico, la Russia ora sta iniziando a mobilitare anche le proprie truppe, col probabile motivo provvisorio di dare una dimostrazione di forza, anche in risposta alla continua attività NATO nel Mar Baltico. Al momento pare che gli USA non abbiano ancora iniziato una vera risposta diretta nell’Artico, ma la situazione potrebbe “scaldarsi” da un momento all’altro.


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