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Gli invisibili di Moria

Di Clara Geraci – C’è un luogo in Europa, dentro la nostra civile e dignitosa Europa, in cui non c’è niente. «Niente cibo, niente acqua, niente speranze. Niente» ripete Zeshan, una delle oltre 9000 anime migranti confinate tra il filo spinato di Moria, sull’isola di Lesbo, in Grecia – «se non fosse per mia moglie e il figlio che stiamo aspettando, mi sarei già ucciso».

image005Moria altro non è che un ammasso di tende, rifiuti, fango e disperazione in cui vivono stipati come carne da macello uomini, donne e bambini che, dopo aver attraversato i 30 chilometri di mare che separano l’isola dalla Turchia di Erdogan, restano innocenti prigionieri del fallimento delle sconsiderate politiche di deterrenza europee realizzate ad un prezzo morale e umanitario inaccettabile.

Era un centro di registrazione per i migranti sopravvissuti alle traversate fino alle coste greche di Lesbo e diretti in Europa: ci si restava per 48 ore al massimo, giusto il tempo di capire che si era salvi e al sicuro per le vite disperate che vi approdavano.

Nell’aprile 2016, in conseguenza dell’Accordo turco – europeo siglato il 20 marzo dello stesso anno nel tentativo di chiudere il passaggio dell’Egeo, Moria è stato di fatto trasformato nell’indecente centro di detenzione pre – espulsione che è ancora oggi: migliaia di vite intrappolate senza diritti né dignità su un’isola senza futuro, che nessuno sa se e quando riuscirà a lasciare, per essersi macchiate agli occhi dell’Europa dell’imperdonabile colpa di aver cercato la vita a casa nostra.

«Siamo fuggite dall’Iraq lo scorso maggio in cerca di pace, ma qui a Moria abbiamo trovato l’inferno» racconta Shamsa, giovane madre fuggita insieme alle 4 figlie dalla guerra e dalle violenze del marito e che a Lesbo ha già dovuto assistere ai ripetuti tentativi di suicidio della più piccola delle sue bambine.

image004Medici Senza Frontiere, Save The Children e Oxfam denunciano che il campo profughi di Moria è inadatto alla vita. Di chiunque, anche solo per un giorno. E lo è a tal punto che le organizzazioni, in segno di protesta contro la detenzione e le condizioni inumane e degradanti che i migranti sono costretti a subire, hanno lasciato il campo e rifiutato i finanziamenti europei decidendo di iniziare a operare autonomamente all’esterno: non saranno complici dello scempio frutto della scelleratezza delle politiche europee sulle migrazioni e dell’incapacità del governo greco di garantire l’assistenza umanitaria minima e di gestire il sistema di rimpatri e trasferimenti sulla terraferma, come i fondi messi a disposizione per realizzare strategie di lungo termine che possano dirsi sostenibili, ma continueranno a lavorare offrendo sostegno umanitario ai migranti, consce di quanto ciò resti indispensabile alla loro sopravvivenza.

image002A Moria si mangia, si dorme, si sopravvive in un’affollata e pericolosa discarica a cielo apertoIl campo è sovraffollato per tre volte la sua capienza. I ripari, per chi riesce a conquistarsi un materasso per terra e tra i liquami, sono dei container buoni per tenerci i rifiuti. Il cibo non basta per tutti e spesso è già andato a male quando, dopo le lunghe ore di fila sotto il sole, si riesce ad averne. Scontri e disordini sono inevitabili. Il sistema igienico-sanitario è disastroso: c’è una doccia ogni 84 persone e un bagno ogni 72, riporta l’International Rescue Committee. Le malattie si diffondono velocemente, soprattutto tra i più piccoli. Le violenze, soprattutto sessuali, sono all’ordine del giorno, davanti agli occhi di centinaia di bambini o proprio contro di loro.

Non sono garantite assistenza sanitaria e legale: «sono sempre malati. Hanno febbre, diarrea, vomito. Sempre. Tutti i giorni. L’acqua non è buona, qui è tutto sporco. I medici dicono solo di farli riposare e danno sempre le stesse pillole. Per qualsiasi malattia, ti danno solo quelle» – racconta Narsis, 23enne pakistana, guardando dormire i suoi bambini di 18 e 7 mesi su quel giaciglio improvvisato che è diventato ormai casa – «siamo arrivati 3 mesi fa. Da allora siamo chiusi dentro Moria, nessuno ci dà informazioni sulla nostra richiesta d’asilo».

È una continua lotta per tenersi stretta la vita, quella vita che quasi non interessa più a nessuno di perdere tra le lamiere di Moria: meglio morire che restare ancora un solo giorno in quella prigione, è quello che in molti ripetono sull’isola in una sorta di mantra. Hanno subito violenze, abusi e torture, hanno visto morire fratelli e figli, hanno conosciuto guerre e persecuzioni, eppure è qui in Europa che tentano di togliersi quella vita che non sopportano più di vivere tra le fogne, il filo spinato e la fame.

Le condizioni di vita disumane stanno producendo un crollo psicotico generale tra i vulnerabili di Moria. È come «un manicomio d’altri tempi» – scrive al proposito Alessandro Barberio, psichiatra di MSF – «dopo tanti anni di professione medica, posso dire di non aver mai assistito ad un numero così grande di persone bisognose di assistenza psicologica. La stragrande maggioranza dei pazienti presenta sintomi di psicosi, ha pensieri suicidi o ha già tentato di togliersi la vita. Molti non sono in grado di svolgere nemmeno le più basilari attività quotidiane, come dormire, magiare o parlare». E questo, sottolinea con evidente preoccupazione MSF, non esclude i tanti bambini che ogni giorno tra autolesionismo, tentativi di suicidi,  mutismo selettivo, attacchi di panico e incubi costanti gridano la loro disperazione.

E non sorprende che ciò accada: i piccoli prigionieri non disegnano che scene di guerra, naufragi e occhi che gocciolano sangue durante le terapie loro dedicate dagli psicologi di MSF, e l’Europa, che dovrebbe curarli e proteggerli, lascia che giochino tra rifiuti e fili elettrici e che continuino a vivere nell’angoscia e nella paura.

«Mi sono tagliato. Il dolore era così forte, la stanchezza era così forte, la sola cosa che volevo era trovare il modo di smettere di stare così male. Qui tutti lo fanno, tentano di farla finita», racconta, a proposito delle cicatrici che porta sulle braccia, Ameen, 16 anni, siriano, intrappolato a Moria da oltre un anno senza un perché.

image006È un’emergenza su tutti i fronti quella che si sta consumando nel peggiore hotspot d’EuropaMoria, affamata, umiliata e sola, sta urlando il suo dolore in ogni modo, ma la comunità internazionale sembra non voler stare a sentire e il continente non se ne preoccupa rifiutando la condivisione delle responsabilità del fallimento e la creazione di un sistema di accoglienza efficace che possa scongiurare tali e tante sofferenze per le vittime del campo profughi della vergogna.

«Come si possono lasciare le persone due anni in attesa di sapere se la loro richiesta d’asilo è stata accettata, e soprattutto in queste condizioni? Se questo è il modello che stiamo creando, è bene sapere che si sta minando ogni possibilità di integrazione» – afferma Luca Fontana, coordinatore di MSF a Lesbo – 

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«non ho mai visto il livello di sofferenza di cui siamo testimoni ogni giorno. [..] Qui la speranza viene tolta dal sistema».

Quello che l’Europa, con la sua politica dell’“ognuno per sé”, sembra non voler considerare è che chi non conosce che fame, morte e terrore fuggirà sempre alla ricerca della vita, e che tenere in trappola degli innocenti in condizioni indegne del loro essere umani, prima che migranti, non servirà a fermarli ma solo a compromettere inesorabilmente il senso dell’umano. Il campo di concentramento di Moria ne è la prova.

Chi arriva a Lesbo crede di aver superato il peggio, di poter cominciare una nuova vita lontano da guerre e violenze, di trovare in Europa sicurezza e dignità, ma la realtà con cui si trova a dover fare i conti uccide ogni speranza. E non c’è via di scampo. «È  questo il modo in cui trattate le persone qui in Europa?» – chiede Nada agli operatori di MSF come a parlare a tutti noi – «meglio morire».

Di fronte al suo bruciante verdetto, non possiamo più ignorare che se non ci metteremo al riparo dalla corrente d’intolleranza che sembra così disgustosamente pervadere l’Europa impedendoci di vedere in quegl’uomini, in quelle donne e in quei bambini persone con diritti e dignità pari ai nostri, prima che nemici dei nostri sacri confini, la disperazione degli invisibili di Moria resterà come un vergognoso spregio indelebile sulla coscienza non solo della Grecia, non solo dell’Europa, ma di ognuno di noi. A Moria l’umanità intera avrà fallito.


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