Attenzione alle pietre: si rischia di inciampare nel passato

Di Maddalena Tomassini – Come milioni di altre persone, ho camminato per le vie del centro di Roma registrando la presenza delle “pietre d’inciampo” come si fa con ogni altra cosa del panorama urbano. So cosa significano e perché sono lì: un luccicante barlume di un ben meno splendente passato. Ogni pietra porta il nome di una persona deportata in un lager per la sola colpa di essere nata, ed essere nata ebrea.

pietre-dinciampoNella notte fra il 10 e l’11 dicembre 20 di queste sono state strappate dal selciato. A denunciare il fatto è stata l’Associazione Arte in Memoria, dal 2010 responsabile dell’installazione delle pietre a Roma. Nella capitale ce ne sono circa 200, ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig. Le pietre dedicate ai 20 membri della famiglia Di Consiglio, deportarti nel rastrellamento del ’43 e uccisi nelle Fosse Ardeatine, si trovavano in via Madonna dei Monti sin dal 9 gennaio 2012. Ora resta il vuoto, recintato e contornato da candele e fiori. La procura ha aperto un fascicolo per furto aggravato dall’odio razziale.

Se il tentativo era cancellarne la memoria, è fallito. Il vuoto che lasciano le 20 pietre rubate è come la fotografia sbiadita di un avo che ci ricorda da dove veniamo. E dove rischiamo di tornare. È l’ennesimo campanello d’allarme in una società sempre più rabbiosa, intollerante, ansiosa di avere un nemico contro cui scagliarsi. Non è difficile intuire perché i neofascisti si sentano liberi di agire. Fra le citazioni mussoliniane di Matteo Salvini e la leggerezza di Alessandro Di Battista nel definire il proprio padre un “fascista liberale”, le loro posizioni sono legittimate, incoraggiate. È come ai buffet: serve il primo che attacchi le portate, poi ognuno prenderà la propria porzione.

Con questo sistema siamo giunti in una situazione in cui “fascista” non è più un’offesa, “antifascista” è anacronistico e “buonista” è il peggior insulto che si possa ricevere. Come si combatte il fascismo in un contesto simile?

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Antonio Megalizzi, l’italiano ucciso a Strasburgo

Per qualcuno con l’Europa. Il 14 e 15 dicembre l’Anpi ha organizzato a Roma un convegno internazionale a cui sono intervenuti rappresentanti da tutta l’Europa: il tema era capire che significa essere antifascisti al giorno d’oggi. È pur vero che l’Europa medicò molte ferite della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia viene da chiedersi dove sia l’Europa oggi. Avremmo bisogno di quella che immaginava Antonio Megalizzi, il giovane reporter ucciso nell’attentato di Strasburgo. «Era più forte di lui, non poteva immaginare un’Europa divisa» ha scritto il suo amico e collega Fabio Catania su Medium. Il problema è che “un’Europa divisa” è difronte agli occhi di tutti.

Quindi? Non ho risposte ma solo una domanda che da mesi mi martella. Dove stiamo andando? E mentre me lo chiedo, non posso fare a meno di pensare a quelle persone – alcune hanno i loro nomi incisi su delle “pietre d’inciampo” – che tanti anni fa chiesero la stessa cosa, mentre li trascinavano via dalle loro case, dai loro letti, ma mai – se non falliremo del tutto – dalla nostra memoria.

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