Baby: la vita segreta dei “pariolini”

Di Silvia Scalisi – Ha fatto tanto parlare (e lo sta facendo ancora, in verità) una delle ultime serie proposte da Netflix: Baby, regia tutta italiana, sei episodi diretti da Andrea De Sica e Anna Negri, ispirati a fatti di cronaca risalenti al 2013 sul giro delle baby squillo romane.

Tutto ruota attorno a un gruppo di adolescenti della Roma “bene” (i cosiddetti pariolini), che vivono un mondo apparentemente perfetto e ovattato, fatto di agi e ricchezza: ville con piscina, scuole private, motorini e macchinette regalati come se fossero caramelle.

BABY_106_Unit_00738R-740x350Ma, ovviamente, non è tutto oro quello che luccica: «Se hai sedici anni e vivi nel quartiere più bello di Roma, sei fortunato. Il nostro è il migliore dei mondi possibili. Per quanto sia tutto così perfetto, per sopravvivere abbiamo bisogno di una vita segreta», dice la voce fuori campo di Chiara, una delle due protagoniste. E in effetti, sin dal primo episodio vengono fuori tutte quelle problematiche che, a esser sinceri, ci si aspetta proprio di vedere, tanto prevedibili quanto tremendamente reali: famiglie distrutte, madri snaturate schiave dei social (più dei figli), padri assenti, mancanza di dialogo, disagi esistenziali.

Baby mette in mostra tutto ciò che di nascosto sembra esserci (ma ormai neanche tanto) nella vita di adolescenti all’apparenza normali, che celano un malessere ben più profondo che va al di là della semplice ribellione giovanile.

Il punto di vista è quello di Chiara (Benedetta Porcaroli) e di Ludovica (Alice Pagani), le due protagoniste, tanto diverse quanto simili, il diavolo e l’acqua santa, il bianco e il nero, il candore e il peccato, ammaliate dal fatto di piacere a uomini più grandi, che le fanno sentire adulte («Quello è disposto a pagare per passare la serata con me!»), in un bisogno costante e impellente di sentirsi apprezzate e ammirate.

baby-netflix-Benedetta-porcaroli-Alice-Pagani-1024x682Anche visivamente le due ragazze appaiono opposte: da una parte, caschetto corto nero e frangetta per Ludovica (un mix tra Tokyo de La casa di carta e Uma Thurman in Pulp fiction con un pizzico di Audrey Tatou del Favoloso mondo di Ameliè), una brutta reputazione causata dalla diffusione di un video hard girato col cellulare che la ritrae in atteggiamenti intimi con un proprio compagno di scuola; dall’altro lato c’è Chiara, capelli biondo cenere, setosi, occhi azzurri, la brava ragazza studiosa, con ottimi voti ed eccellente nello sport, che però (manco a dirlo) ha anche lei tanti scheletri pronti a spuntare fuori dal suo armadio, con tanto di bomba a orologeria pronta a esplodere dentro di lei.

Dall’incontro casuale tra queste due ragazze accade proprio quello che ci si aspetta: nasce un’amicizia (contrastata dalla famiglia di Chiara, in particolare dalla madre, tenace sostenitrice delle apparenze), inizialmente dettata dalla curiosità per qualcosa di diverso da lei (non a caso, sarà attratta anche da Damiano, interpretato da Riccardo Mandolini, da lei stessa definito coatto, che fa tanto il duro, ma che si scopre avere un cuore tenero).

Tralasciando la trama che in alcuni punti sembra essere la copia malriuscita di The OC (i nati negli anni ’90 saranno colti da frequenti attacchi di nostalgia), uno dei pregi di Baby è senza dubbio quello della mancanza di morbosità: non ci sono scese di sesso esplicite, tutto è lasciato intendere allo spettatore con sapienti vedo/non vedo e cambi scena, anche lo stesso corpo delle ragazze è elogiato, ma non esposto o messo in vetrina.

baby-netflixMolta cura ai dettagli, ai colori: il celeste del vestito Ludovica, che le conferisce un’aura angelica, subito strappato dalla veemenza di Fiore (una specie di “fidanzato” molto sui generis, interpretato da Giuseppe Maggio); il rosso fiammante della costosissima borsetta che lo stesso Fiore dona a Ludovica, primo di una lunga serie di “regali” che spingeranno la ragazza a entrare nel giro delle baby escort; il fuxia sgargiante delle discoteche, le luci psichedeliche che confondono e alterano i sensi e la lucidità.

Una serie che può definirsi di formazione, che cerca di raccontare con un linguaggio semplice e colloquiale (forse troppo?) alcuni aspetti del disagio adolescenziale che in casi estremi possono sfociare nell’illegalità, in una spirale di auto-distruzione che si innesca dentro quell’«acquario» meraviglioso (come lo chiama Chiara), che si rivela una prigione.


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