La Conferenza di Palermo sulla Libia è stata un successo?

Di Valentina Pizzuto Antinoro – Il 12 e il 13 novembre si è tenuta a Palermo la Conferenza sulla Libia, fortemente voluta dal premier Giuseppe Conte e sostenuta dall’inviato ONU per la Libia Ghassam Salamè. Tale conferenza si è posta come obiettivo quello di stabilizzare la Libia attraverso le elezioni presidenziali e unificare il Paese che tuttora risulta diviso in due grandi aree: una parte sotto il controllo del governo di Fayez-Al-Serraj, riconosciuto a livello internazionale dall’ONU e appoggiato dall’Italia; l’altra parte, invece, sotto il controllo del generale Khalifa Haftar sostenuto da Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti, e appoggiato in maniera esplicita dalla Francia.

Nonostante abbiano partecipato 38 delegazioni, 30 di nazioni e otto di organizzazioni internazionali è difficile affermare che tale conferenza sia stato un evento sentito dalla comunità internazionale: a confermare ciò è stata la scarsa partecipazione di alcuni dei più importanti leader mondiali dei Paesi occidentali, tra cui Donald Trump, Vladimir Putin, Angela Merkel e Emmanuel Macron.

È importante sottolineare la partecipazione del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi in quanto  forte sostenitore di Haftar. La delegazione turca, invece, ha deciso di abbandonare improvvisamente la Conferenza perché esclusa dall’incontro informale tra Conte,  Al-Sisi, Haftar, Serraj e altri rappresentanti internazionali.

Per quanto riguarda i due rappresentanti della Libia il primo ministro Fayez-Al-Serraj è stato presente per tutta la durata della conferenza. Il generale Khalifa Haftar, invece, ha voluto incontrare solamente i rappresentati europei per annunciare di non voler partecipare ai lavori della Conferenza «nemmeno se dovesse durare cento anni».

dentro articoloNonostante la stretta di mano tra Serraj e Haftar, l’uscita di scena di quest’ultimo ha reso difficile ottenere soluzioni concrete verso la stabilizzazione della Libia e, soprattutto, ha messo in difficoltà la volontà dell’Italia di rivendicare il suo ruolo guida all’interno dell’Unione Europea nei confronti della crisi libica, ruolo conteso da mesi con la Francia.

Alla base della rivalità tra i due Stati europei sulla questione libica vi sono le critiche mosse dall’Italia alla Francia ritenuta responsabile dell’instabilità della Libia a causa dell’intervento militare del 2011 che portò alla destituzione di Muammar Gheddafi. Inoltre i due Stati appoggiano leader libici di fazioni opposte: l’Italia, infatti, appoggia insieme all’ONU il primo ministro Serraj, che tuttavia non ha il controllo dell’esercito e della maggior parte del territorio libico; la Francia invece è un forte sostenitore del generale Haftar che controlla la maggior parte del territorio.

Recenti avvenimenti hanno riacceso la tensione tra Francia e Italia: nel luglio del 2017 Macron ha organizzato a Parigi un incontro tra Serraj e Haftar escludendo il governo italiano, a cui, tuttavia, era stato riconosciuto in precedenza, da parte dei Paesi dell’Unione Europea, un ruolo guida nelle trattative in Libia. Nel maggio del 2018 il governo francese ha organizzato un secondo incontro con l’inviato dell’ONU in Libia Salamè e diversi leader libici, escludendo nuovamente il governo italiano. Fu proprio in occasione di quest’ultimo incontro che i partecipanti decisero di indire nuove elezioni in Libia il 10 dicembre, decisione ormai ritenuta irrealizzabile vista l’instabilità e  la situazione ancora precaria del Paese.

Bisogna, inoltre, evidenziare che questa rivalità riguarda anche questioni economiche legate al petrolio libico: negli ultimi anni, infatti l’ENI è stata l’unica azienda internazionale che è rimasta ad operare nel territorio libico come produttore e distributore di gas e petrolio grazie anche ad accordi con milizie locali; dalla scorsa primavera, però, la principale azienda energetica francese, la Total, ha acquisito potere nella produzione di petrolio greggio nel territorio libico.

Nonostante il governo italiano sia ancora risentito a causa dell’esclusione dei precedenti incontri e di iniziativa francese, il premier Conte ha chiesto al presidente Macron di partecipare personalmente alla Conferenza a Palermo per discutere una linea comune che permetta di far convergere gli interessi delle due nazioni sullo stesso obiettivo. Tuttavia, Macron ha preferito non partecipare ed essere sostituito dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian.

Ghassan_Salamé_-_Dean_of_PSIAIl mancato successo della Conferenza di Palermo non dipende soltanto dall’assenza dei più importanti leader mondiali, ma anche dal fatto che al termine della conferenza non è stato prodotto alcun documento vincolante per il raggiungimento degli obiettivi prefissati dall’ONU. La road map fortemente voluta da Salamè stabilisce l’organizzazione di una conferenza nazionale in Libia e un accordo su una nuova data per le elezioni, dato che non è possibile organizzare le elezioni a dicembre come era stato sostenuto dal governo francese. Non è stato però deciso quando si svolgeranno questi due eventi e, soprattutto non si è affrontato seriamente il problema delle insufficienti condizioni di sicurezza nel Paese dovute alla forte presenza di milizie locali.

Inoltre, uno dei problemi principali della Conferenza di Palermo (ma anche di tutte le precedenti conferenze dedicate alla situazione libica) è la mancata inclusione di altri attori libici che non riconoscono l’autorità né di Serraj né Haftar.  Tra questi attori, oltre alle milizie locali, vi sono ad esempio i governanti delle città-stato libiche, chiamate così per aver acquisito una certa  autonomia rispetto al governo centrale.

Si può dunque affermare che nonostante i buoni propositi dell’Italia nel rivendicare il suo ruolo guida nella crisi libica e nel ristabilire un equilibrio nel Paese nordafricano, la conferenza di Palermo non è stata innovativa rispetto alle conferenze passate. Tale conferenza, infatti, non solo non è riuscita a dar voce a tutti i rappresentanti delle varie fazioni presenti in Libia, ma ha soltanto ribadito la volontà di realizzare gli stessi obiettivi della conferenza di Parigi di maggio, ritenuti già poco realizzabili poiché non si è tenuto conto di un problema fondamentale: la Libia non è un Paese sicuro a causa delle milizie locali e in questo contesto la sicurezza non è raggiungibile andando alle urne.


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