L’Europa e le sue “catene” di bilancio

Di Ugo Lombardo – La consegna del documento programmatico di bilancio è di fondamentale importanza per l’Unione Europea e per le sue finalità di coordinamento delle politiche economiche dei singoli Stati membri. Il motivo principale è che questo documento permette di avere una visione di quella che sarà la politica economica e finanziaria dello Stato membro in relazione sia alla coerenza dei bilanci nazionali con gli altri Stati membri dell’UE, sia agli indirizzi di politica economica emanati nel contesto del Patto di Stabilità e Crescita.

Tutto questo è fatto per ottenere, appunto, un migliore coordinamento delle politiche economiche. A norma dell’art. 7 del regolamento 473/2013 la Commissione può chiedere un documento programmatico di bilancio riveduto, qualora si riscontrino delle inosservanze gravi degli obblighi di politica finanziaria nel Patto di Stabilità e Crescita e che gli Stati membri sono tenuti ad inviare alla Commissione UE; e questo è ciò che è accaduto all’Italia recentemente.

Lo Stato italiano, infatti, ha presentato in ritardo (lo scorso 16 ottobre) il suo documento programmatico di bilancio 2019 nel quale sono state rilevate delle criticità sia rispetto ai parametri UE relativi al Patto di Stabilità e Crescita, sia rispetto agli impegni presi e descritti nella precedente legge di bilancio del 2017 (legge 27 dicembre 2017, n° 205). Proprio la disamina del parere della Commissione sul documento programmatico dell’Italia (da cui è nato lo “scontro e incontro” tra Italia ed Europa), può far evincere e comprendere quali sono i parametri di riferimento che richiede l’UE quando si definisce la base della politica economica di un Paese membro.

Innanzitutto è da sottolineare come l’Italia abbia deciso volutamente «un’impostazione di bilancio non in linea con le norme del Patto di Stabilità e Crescita» (risposta del 22 ottobre 2018 alla lettera di chiarimento della Commissione), oltre alla non intenzione di modificare le proiezioni macroeconomiche che stanno alla base del documento programmatico di bilancio del 2019. Tali proiezioni non sono state convalidate dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in quanto troppo ottimistiche (si ipotizza, infatti una crescita del Pil reale fino all’1,5% nel 2019 e dell’1,6% nel 2020), come sottolineato anche dal recente rapporto di ottobre del Centro studi di Confindustria “Dove va l’economia italiana e gli scenari di politica economica”.

È proprio questa mancata convalida una delle prime incongruenze rispetto ai vincoli europei, perché prima della trasmissione del documento alla Commissione UE, le previsioni macroeconomiche su cui si fonda il documento programmatico di bilancio deve passare, positivamente, al vaglio dell’Ufficio Parlamentare di bilancio, ente indipendente. Quelli che però rappresentano i parametri più importanti da rispettare sono il rapporto Debito/Pil da un lato e quello Deficit/Pil dall’altro. In merito a quest’aspetto, infatti, già nel luglio del 2018, il Consiglio aveva raccomandato all’Italia che il tasso di crescita della spesa pubblica primaria netta, non dovesse essere superiore allo 0,1% al fine di un aggiustamento strutturale dello 0,6% del Pil (questo è stato inserito nella raccomandazione del Consiglio il 13 luglio del 2018).

Il motivo di tale raccomandazione è legato al fatto che si vorrebbe condurre l’Italia verso una riduzione progressiva del debito fino a raggiungere la quota del 60% rispetto al Pil (tenendo però presente che l’Italia ha il rapporto debito/Pil pari al 131,2% ed il secondo più alto d’Europa). Bisogna precisare, però, che il rapporto debito/Pil è connesso all’aumento o meno del deficit che, secondo i parametri UE, non deve essere superiore al 3% del Pil (uno dei tre criteri di convergenza) ed è composto da diverse voci di spesa, all’interno delle quali, è ricompresa anche quella delle amministrazioni dello Stato.

In Italia, nel nuovo documento programmatico è stato previsto che questo disavanzo raggiunga il 2,4% del Pil nel 2019, che è più alto della quota dello 0,8% (obiettivo del programma di Stabilità e Crescita) e oltre alla quota dell’1,6% cioè quanto si era impegnata l’Italia a ridurlo nella precedente legislatura. Inoltre, le principali misure d’incremento del disavanzo per il 2019 non sono accompagnate da adeguate misure di riduzione dello stesso. Infatti, da un lato vi sono la sterilizzazione dell’aumento dell’IVA (già previsto all’interno della legge di bilancio del 2017 con le cosiddette clausole di salvaguardia) insieme all’aumento degli investimenti pubblici e all’aumento della spesa pubblica (quest’ultima destinata alle pensioni di vecchiaia, al pensionamento anticipato con la quota 100 e l’abolizione della legge Fornero, l’introduzione del reddito di cittadinanza per adulti, inattivi e disoccupati).

Dall’altro, invece, vi è una revisione della spesa pubblica ai diversi livelli dell’amministrazione dello Stato, un aumento del gettito dell’imposta sul reddito delle società con l’eliminazione del regime fiscale di vantaggio delle imprese unito al condono fiscale che, però, risulta essere sporadico. Tutto questo contrasta con l’obiettivo e parametro dell’Unione Europea, di un pareggio di bilancio a breve/medio termine (cosa non prevista nel documento programmatico del 2019) portando la Commissione europea a ritenere che l’Italia non possa rispettare il criterio del debito stabilito nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

In particolare, l’aspetto del pensionamento anticipato è ritenuto dalla Commissione un grande passo indietro rispetto alle precedenti riforme sulla sostenibilità a lungo termine del debito pubblico italiano, senza contare anche i rischi per i risparmi che potrebbero essere inferiori a quelli previsti a causa della revisione della spesa modificata nel nuovo documento di programmazione di bilancio.

Quindi, concludendo, l’UE ha dei vincoli di bilancio e pretende che ogni singolo Stato membro li rispetti ai fini di un migliore coordinamento di politica economica a livello europeo, nonostante tali vincoli non tengano conto delle singole situazioni politico/economico/finanziarie dei Paesi membri. Se tali parametri non vengono rispettati entrano in gioco delle dinamiche per cui si può generare un malcontento o addirittura un timore, da parte degli investitori, che, sulla mancata capacità dello Stato di rispettare gli impegni presi e ripagare i debiti, appare essere uno Stato poco affidabile con la conseguenza della riduzione o spostamento del capitale degli investitori e con l’aumento del cosiddetto spread o differenziale dei titoli di Stato.

Questo si verifica, specialmente, se, nella nota di aggiornamento al DEF e quindi nel successivo documento di programmazione di bilancio dell’anno successivo, non sono previsti o sufficientemente dettagliati gli investimenti per la crescita, in particolare in ricerca, innovazione e sviluppo. Questi investimenti, previsti nella precedente legge di bilancio, rischiano di non essere sufficientemente specificati nella nuova legge che si appresta ad essere definita e che lascia a tutti, mercati compresi, un grande punto interrogativo cui si cerca risposta in tempi brevi.


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