A mali estremi, estrema destra

Di Francesco Puleo – Alla fine di una delle campagne elettorali più divisive e conflittuali della sua storia, il Brasile ha eletto Jair Bolsonaro presidente della Repubblica. Un personaggio che, in modo eufemistico, è stato definito “populista”. Altri lo hanno ribattezzato il Trump brasiliano. Un uomo su cui, almeno fino a qualche mese fa, nessuno avrebbe scommesso granché e la cui vittoria al primo turno delle elezioni di due settimane fa ha costretto a porsi delle domande sul futuro del Brasile e del mondo intero.

Non stiamo parlando, infatti, di un candidato di destra come quelli che si sono imposti nelle ultime tornate elettorali in Europa e nel resto del mondo. Il paragone con i populisti nostrani ed europei, persino con quello che al momento si trova alla guida degli Stati Uniti, rischia di essere fuorviante. Forse anche quello con i dittatori del passato e del presente, da Al Sisi in Egitto a Duterte nelle Filippine. Sicuramente, siamo di fronte a un rappresentante della destra più razzista, misogina, violenta e autoritaria attualmente in circolazione.

Da qualche tempo girano su varie testate italiane e internazionali alcune tra le frasi più note di quest’uomo, il quale certamente non è né un outsider, né un volto nuovo della politica brasiliana. «Pinochet avrebbe dovuto uccidere più gente.» (2 dicembre 1998); «Sono a favore della tortura, questo lo sai. E anche il popolo lo è.» (23 maggio 1999);  «La situazione del Paese sarebbe migliore oggi se la dittatura avesse ucciso più persone» (30 giugno 1999); «Non sarei capace di volere bene a un figlio gay. (…) Preferirei che morisse in un incidente.» (2011). Non aggiungiamo le frasi xenofobe sulle minoranze indigene né la varie e ripetute minacce rivolte ai candidati di sinistra per ragioni di spazio.

Sebbene nell’analisi politica l’uso delle categorie psichiatriche sia tradizionalmente escluso, nel caso della vittoria di Jair Bolsonaro é opportuno fare un’eccezione? Come spiegare la sua vittoria contro il Partido de los Trabajadores (PT) che ha governato negli ultimi quindici anni?

Al di là della psicosi di massa (che non è da escludere del tutto in una fase storica di guerra civile latente), viene in mente una frase di Walter Benjamin: «Ogni ascesa del fascismo reca testimonianza di una rivoluzione fallita». Perché se è vero che le riforme del PT di Lula e Dilma Rousseff hanno permesso a milioni di brasiliani di uscire dalla fame e dalla miseria, è innegabile che qualcosa sia andato storto. E non parliamo certo delle accuse e dei processi per corruzione, che hanno coinvolto l’intera classe politica brasiliana ma hanno risparmiato il carcere più o meno a tutti tranne che a Lula. Piuttosto, il riferimento va alla situazione di miseria e di violenza permanente nelle periferie e nelle favelas: il tasso di criminalità in Brasile è uno dei più alti al mondo. Basti pensare che nel 2016 il tasso di omicidi ha toccato il record mondiale di 198 omicidi al giorno.

La narrativa dell’impoverimento della classe media come causa dell’ascesa dei populismi si è dimostrata in molti casi non del tutto fondata: come nel caso di Trump, l’elite ha avuto un ruolo determinante nell’ascesa di Bolsonaro. Tuttavia, è innegabile che una componente non trascurabile delle fasce più deboli abbia contribuito in parte al suo successo. In base all’analisi dei flussi elettorali del primo turno che molto probabilmente saranno confermati anche alla fine di questa tornata, i sostenitori di Bolsonaro sono in gran parte bianchi, maschi, evangelici. E, tra questi, la maggioranza sono ricchi: non è un caso se da quando i sondaggi hanno confermato la sua ascesa elettorale, l’indice della borsa di San Paolo abbia iniziato a salire.

Cosa aspettarsi da questa vittoria? Non è da escludere il ritorno alla dittatura, in un Paese che (a differenza ad esempio dell’Argentina) non ha ancora elaborato i fantasmi del suo passato. In politica estera, l’alleanza con Trump è scontata, così come l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima. Probabile è un allontanamento dai BRICS (ovvero in primo luogo dalla Cina nemica di Trump) e uno scontro con il Venezuela.


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