Cara Sylvia, ti scrivo

Di Silvia Scalisi

Cara Sylvia,

oggi avresti compiuto 86 anni. Sì, lo so che l’età delle donne non si dice, non è rispettoso, ma tu hai sempre odiato le convenzioni sociali, i luoghi comuni, quelle catene che ti bloccavano e ti obbligavano a vivere in un modo che non avresti voluto. Com’è che dicevi? «Mi hanno inculcato troppi scrupoli perché possa infrangere le convenzioni senza effetti disastrosi»

Sono state proprio quelle convenzioni che ti hanno fatto mancare il respiro, dentro quella campana di vetro che tu stessa ti eri costruita, e dalla quale probabilmente non sei mai riuscita ad uscire davvero.

La tua mania di perfezione ti ha portato a un ipercriticismo quasi patologico verso i tuoi lavori, quella sensazione di non aver mai fatto abbastanza, di poter fare di più, di poter fare meglio. Questo non riuscivi proprio a perdonartelo.

«Invidio quelle che hanno pensieri più profondi dei miei, che scrivono meglio, che disegnano meglio, che sciano meglio, che amano meglio, che vivono meglio, che sono più belle di me» scrivevi nel tuo diario in preda a una voglia spasmodica di piacere agli altri, di avere la loro ammirazione, in una parola: di essere perfetta. Agli occhi di tua madre, presenza così forte e a tratti scomoda, al punto da darti l’impressione di vivere «nella sua scia», sentendo la sua voce nella tua; agli occhi dei ragazzi, nei quali cercavi disperatamente l’amore, quei ragazzi che poi se ne andavano tutti, dopo che li avevi coscientemente idealizzati; agli occhi delle tue amiche, che amavi e invidiavi al tempo stesso, perché tu dovevi ammirare qualcuno perché ti piacesse sul serio; agli occhi del mondo, quel mondo che non ti sapeva capire, e non ti concedeva un fallimento.

Ricardo-J-L-Deville-Sylvia-Plath-1-Otrolunes39Ma tu lo sapevi, in fondo, che la perfezione non potevi raggiungerla, perché la perfezione non esiste, non è di questo mondo. E tu, infatti, volevi essere Dio: «Voglio esprimere il mio essere in tutta la pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo», ma ciò che ti tornava indietro era soltanto frustrazione. Scrivere era ciò che volevi fare, e che hai sempre fatto, l’unica attività che poteva farti sentire pienamente realizzata. «Ho dato un senso al caos della mia vita dicendo che le avrei dato ordine, forma, bellezza, scrivendone»; ma non riuscivi mai a essere totalmente contenta di ciò che mettevi nero su bianco, quindi il caos ritornava sempre. Stava lì nella tua mente, ed era bravo soltanto a sollevarti domande e a non darti mai le risposte.

Sai, potrei dirti che ancora oggi esiste l’ossessione della perfezione, ma in un modo diverso, distorto, rispetto a quello che intendevi tu.

Oggi la perfezione è quella dei social, dove si vivono vite parallele, dove tutto è edulcorato da un filtro che rimanda indietro un’immagine impeccabile, senza difetti, sapientemente levigati e nascosti.

Si nasconde la polvere sotto il tappeto, così nessuno la vedrà: non c’è spazio per le anomalie, gli sbagli non sono ammessi. E anche quando si tenta di elogiare le imperfezioni, in realtà non si fa altro che sottolineare quanto siano distanti dal prototipo, e si cade quindi nella stessa trappola.

Lo so che sto parlando di cose a te sconosciute, ma seguimi un attimo nel discorso, perché non è importante conoscere i dettagli, ma piuttosto l’essenza del racconto.

Ecco, se ti concentri bene la puoi vedere distintamente, lassù, quella torre alta, altissima, dalla quale tutti ti guarderanno, ti giudicheranno, perché sono pronti a sottolineare ogni stortura, ogni piccolo neo che non sei riuscita a coprire col trucco, ogni capello bianco che tradisce la tua umanità e che è sfuggito al biondo platino che hai usato per gridare al mondo l’insofferenza verso la tua immagine.

«Ho una voglia disperata di piacere agli altri»: questo scrivevi, e questo è esattamente il pensiero di quelle migliaia di persone che fingono di vivere una vita perfetta per essere accettate, che nascondono le loro insicurezze, le loro paure, per timore di essere travolti da un fiume di (pre)giudizi che li marchierà a fuoco con la lettera scarlatta sul petto.

Siamo circondati da bamboline di cera e manichini di plastica, che nel cercare di distinguersi diventano tutti uguali, prodotti in serie di una fabbrica insana dove ciò che non è conforme al modello viene buttato.

E pensa quanto si sente adesso la competizione, quanto si può essere schiacciati da essa, in un palcoscenico che si è allargato esponenzialmente, dove i paragoni sono d’obbligo e l’individualità si perde ogni giorno che passa.

Cara Sylvia, vorrei dirti che il mondo è un po’ diverso da come lo vivevi tu, magari migliore; vorrei dirti che la società non ci opprime più con le convenzioni sociali, coi modelli da seguire, che non siamo costantemente sotto il giudizio degli altri, che non è vero che il senso di inadeguatezza a volte è così forte che può anche opprimerti; ma, ahimè, rischierei di essere una bugiarda. E tu i bugiardi, e gli ipocriti, li hai sempre odiati.

Con affetto, S.


Fonti: Tutte le citazioni tra virgolette sono prese da I diari di Sylvia Plath, edito da Adelphi

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