Diario di una recluta, il giuramento

Di Marco Tronci – Continua il racconto del Caporale in congedo F.P.; le prime settimane al Reggimento Addestrativo di Capua sono state dure e l’impatto con la vita militare – anche se fortemente desiderata – appare caotico. Tutto dev’essere perfetto e tutti devono essere impeccabili in attesa del giuramento solenne dinanzi alle più alte cariche militari, civili e ai propri cari. Si tratta di un momento che rimarrà scolpito nelle loro menti per tutta la vita.

«Capua, venerdì 26 giugno 2009, caserma Oreste Salomone, sede del Raggruppamento Unità Addestrative dell’Esercito (R.U.A.): giuramento solenne dei volontari in ferma prefissata di un anno del 2° blocco 2009. Dopo un mese estenuante di preparativi, scandito da infinite ore di marcia e da stress psicofisico, eccoci arrivare alla cerimonia tanto attesa. Il piazzale dell’alzabandiera, intitolato alla memoria del Caporal Maggiore Gerardo Antonucci, diventa teatro di un vero e proprio spettacolo, i cui protagonisti eravamo proprio noi VFP1 inquadrati nel 2° blocco.

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Reparti schierati in attesa del giuramento

Si susseguono lo schieramento dei reparti, l’afflusso dei Medaglieri e dei Labari, gli onori ai Gonfaloni, gli onori alla massima Autorità, l’allocuzione del Comandante del R.U.A., Generale Antonio De Vita, il quale sottolinea: “giurandi, voi siete una parte della speranza dell’Italia di domani, siete la risorsa umana nuova, sana, motivata, che la nostra Nazione proietta verso le sfide del futuro, affinché siano garantite per tutti la giustizia, la pacifica convivenza, la migliore qualità della vita. Il futuro di una Nazione non può prescindere dal suo rispettabile passato militare e dalle sue tradizioni storiche, cioè dall’esempio delle migliaia di soldati che ci hanno preceduto sulla strada del dovere“. Il momento di maggiore pathos arriva col giuramento dei volontari: “lo giurate voi? Lo giuro!“. Dopo aver pronunciato la formula rituale e cantato a squarciagola l’inno di Mameli, siamo ufficialmente diventati dei militari dell’Esercito italiano, anche dal punto di vista formale.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Fabrizio Castagnetti, interviene: “I volontari rappresentano il nocciolo duro dell’intero strumento militare, la linfa vitale che ci consente di operare con la straordinaria intensità e qualità che ci contraddistingue da anni e che fa dell’Esercito un’istituzione di riferimento per l’intero Paese. Sappiate che quanto fate qui a Capua, nel corso della vostra breve permanenza, rappresenta solo un punto di partenza. Gli uomini e le donne dell’Esercito, oggi come in passato, operano a garanzia degli interessi nazionali. Spirito di sacrificio, lealtà, coraggio, onestà e disciplina dovranno essere gli elementi guida delle vostre decisioni ed azioni nel servizio quotidiano come negli eventi eccezionali“. La cerimonia si conclude con l’ammassamento e lo sfilamento in parata e poi con gli onori finali.

Il giuramento del 26 giugno fece da vero e proprio spartiacque all’intero percorso del RAV. La seconda parte del corso di addestramento fu infatti caratterizzata da attività teorico-pratiche, quali lezioni in aula, esercitazioni ai poligoni di tiro e “zavorrate”, esami e test di qualità sia a livello didattico che a livello fisico. Il sole cocente di giugno divenne torrido a luglio, rendendo sempre meno sopportabili le fatiche accumulate in quelle settimane. Tutti attendevamo con ansia comunicazioni ufficiali circa la nostra destinazione di reparto, nella quale avremmo trascorso i restanti dieci mesi della nostra avventura da VFP1. Notizie trapelate, rumors vari e ultime consegne da rispettare: così trascorrevamo le ultimissime giornate in quel di Capua a cavallo tra fine luglio e inizio agosto.

Nella famosa “lettera di convocazione” ricevuta a metà maggio eravamo stati informati non soltanto della sede del RAV ma anche della regione di destinazione. Sapevo quindi che dopo le dieci settimane di addestramento a Capua sarei stato destinato in un reparto con sede nella regione Lazio. Nessuno stupore allorché mi comunicarono che avrei prestato servizio presso il 28° Gruppo Squadroni AVES “Tucano” di Viterbo. Il 4 agosto è l’altra data significativa che non posso dimenticare: da Capua a Viterbo, dalla caserma Oreste Salomone al Centro Addestrativo Aviazione Esercito (CAAE), dal basco nero di fanteria a quello azzurro dell’AVES.

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Stemma del 28° Tucano

Nel reparto del 28° “Tucano” arrivavo assieme ad altri tredici volontari del mio stesso blocco. Sistemazione negli alloggi, presentazioni varie coi nuovi “camerati”, prime informazioni sulle attività e sui servizi che avrebbero presto rappresentato la nostra nuova routine quotidiana. Il caldo umido di Viterbo sostituiva quello asfissiante di Capua, i ritmi serrati del RAV lasciavano il posto a quelli “più umani” del CAAE. La prima licenza lunga mi serviva per ricaricare le batterie, per riassaporare il mare siciliano e soprattutto per trascorrere intere giornate con gli affetti familiari. A fine mese però è già tempo di ritornare in caserma e l’avanzamento al grado di Caporale porta con sé prestigio, responsabilità e qualche soldino in più sulla busta paga. La mia avventura militare continua, tra entusiasmo e speranze, curiosità e disciplina».

 


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