Tra realtà e leggenda, l’Uomo Pesce Eliodoro salva i ricordi

Di Beatrice Raffagnino – C’era una volta un uomo che viveva in una casetta in via Messina marine, nella borgata dello Sperone. Il suo nome era Eliodoro Catalano, ma i giornali non avevano tardato a ribattezzarlo uomo pesce.

Figlio della sorella di Padre Messina e di Eustachio Catalano, pittore e Direttore dell’Accademia Delle belle Arti, Eliodoro soffriva di ricordi, specialmente quando pensava ai tempi in cui il mare di fronte casa era limpido e «con un guazzabuglio di pesci e forme marine da intenditori». La sua era, infatti, l’epoca del cosiddetto sacco di Palermo, quando in soli vent’anni la speculazione edilizia riuscì a distruggere secoli di bellezza.

Davanti agli occhi impotenti e nostalgici di Eliodoro, il mare si ritirava di fronte all’avanzata di muraglie di sfabbricidi e macerie, mentre scompariva la Conca d’oro, coi suoi orti lussureggianti e i giardini profumati di zagara. Incapace di sopportare in silenzio questo sfacelo Eliodoro trasformò casa sua in una sorta di terra di frontiera. Si immerse in letture di ogni genere divenendo un esperto in svariate discipline, dalla meccanica all’ingegneria, dalla scultura sino alla pittura. Soprattutto studiò col rigore di un vero scienziato la fauna marina del Golfo di Palermo, sfruttando tutti i momenti liberi per esplorarne i fondali con la sua barca. Venne così assunto all’Istituto di Zoologia dell’Università, che lui stesso dotò  di un prezioso acquario scientifico.

Per salvare almeno una parte della natura che l’assalto edilizio aveva condannato all’estinzione, Eliodoro decise poi di realizzarne uno anche nella propria dimora. Si trattava di una struttura di circa 150 mq, dotata di oltre venti vasche dove venne fedelmente riprodotto l’ambiente del Golfo con tutte le specie più belle. Un vero luogo di culto per i visitatori che arrivavano da ogni parte del mondo. Lo dimostravano i messaggi e le lettere di ammirazione di biologi e studiosi giapponesi, indiani, tedeschi lasciati su un registro custodito gelosamente.

Hajo Scmidt, massimo esperto di coralli, gli portò la prima Alicia viva presa dalle profondità di Capo Zafferano. Enrico Tortonese, ittiologo di fama mondiale, vi osservò pesci nuovi e sconosciuti.  Ospite abituale fu per poco tempo il Cardinale Ruffini attorniato da una corte di prelati, che restava per delle ore in contemplazione di pesci e coralli. Per lui era una visione inedita del Creato nascosto sotto il blu profondo del mare, e per questo promise la costruzione di un acquario come quello, ma molto più grande, nel Foro Italico.

Eliodoro realizzò in particolare anche bacini per gli abitanti del mare più esigenti: per le tartarughe e  i faciani, per gli alati Dacvtylopterus e le cernie. Berenice fu la cernia più amata, vera mascotte: agonizzante dal banco di un pescivendolo a Porticello era stata prontamente  salvata. Si era creato tra i due un rapporto così affettuoso che la cernia usciva in superficie e si metteva di fianco con la bocca leggermente aperta, aspettando che Catalano l’accarezzasse. Lo chiamava con gli spruzzi e giocava con lui; si faceva addirittura cullare fuori dall’acqua per poi rientrare in tutta fretta nella sua vasca, mettendosi al sicuro nell’anfora che era il suo regno.

Quando poi nel 2012 l’acquario smise di funzionare la struttura divenne un deposito. Eliodoro adorava raccogliere gli oggetti più disparati, specialmente quelli portati dalla corrente o abbandonati sulla spiaggia. Sembrava quasi l’ennesima rivolta nei confronti di quel Vito Ciancimino che pretendeva di sradicare impunemente quelle che erano state le radici della memoria palermitana.

«Raccolgo gli oggetti buttati, i ricordi della gente e li eterno qui», diceva.

Come l’ex acquario anche casa sua era fatta di ricordi. Un museo bizzarro che non rivelava storie generali, ma minuscoli tasselli di vite altrui. C’erano fotografie di famiglie sconosciute, splendidi mosaici composti da sassolini multicolore, una pittoresca altalena che penzolava dal soffitto del salotto e un fazzoletto ricamato a mano che aveva trovato nella discarica di acqua dei corsari. Quest’ultimo riportava la data, 1832, il nome della ragazza  che l’aveva realizzato e la scritta «sa’ che fa il mio bene».

Eliodoro, che per ogni oggetto inventava una storia, aveva pensato ad un fidanzato imbarcato e ad una ragazza che lo aspettava impaziente e guardandolo, di tanto in tanto, si chiedeva se alla fine si fossero effettivamente ritrovati. E poi collezioni di conchiglie, vasi, quadri, botti trasformate in sgabelli, mattonelle  e piatti dipinti a motivi floreali o marini, reti, serrande e bottiglie  vuote che diventavano caleidoscopici giochi di luce. Un mondo perduto e accolto con enorme, genuino affetto. Un custode del nostro passato, di ciò che eravamo e di ciò che in fondo sempre saremo. «Era bello quando il mare era ancora giusto», sospirava Eliodoro mentre il suo sguardo si perdeva lontano.


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