“L’uomo del dialogo contro la mafia. La storia di Padre Pino Puglisi” di Federica Raccuglia

Uno dei grandi mezzi utilizzati da padre Puglisi, assolutamente vincente, è stata la comunicazione. Una comunicazione legata all’esperienza, semplice, fatta di esempi di vita comune, una comunicazione comprensibile. Dare l’esempio significò per 3P – così lo chiamavano gli amici, i fedeli e i suoi alunni – realizzare esperienze di produzione di vita come il volontariato, l’aiuto ai bisognosi. Non c’è messaggio che sia valido senza un’esperienza che lo renda tale.  

Copertina L'uomo del dialogo contro la mafiaÈ questo il tema centrale del saggio di Federica Raccuglia, intitolato L’uomo del dialogo contro la mafia. La storia di Padre Pino Puglisi, pubblicato dalla casa editrice La Zisa, omaggio a Giuseppe Puglisi, parroco palermitano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993.

Il lavoro ripercorre tutta l’esistenza di Pino Puglisi, dalla nascita fino al periodo successivo alla morte, e concentra l’attenzione sullo strumento della comunicazione. Ripercorrendo i vari momenti l’autrice ha esaminato lo stile comunicativo utilizzato non solo durante gli anni passati a Brancaccio, ma anche nei periodi precedenti.

Nel 1967 Padre Puglisi divenne cappellano e insegnante di religione all’istituto Roosevelt. Qui iniziò una collaborazione con un gruppo di educatori comunisti, con i quali tentò di aprire un dialogo. Le loro idee nettamente differenti dalle sue non facevano sì che i due punti di vista cozzassero completamente fra loro. Padre Pino Puglisi, che aveva una mentalità molto aperta per i tempi, era disposto ad ascoltarli e a trovare un punto di incontro tra il suo pensiero e quello degli educatori. Aveva capito che dietro il loro comportamento emergeva la richiesta di giustizia e la volontà di rivendicare i propri diritti. Alcuni appunti, scritti da Padre Puglisi presumibilmente tra la fine degli anni 60 e l’inizio del decennio successivo, contengono una riflessione riguardo il dialogo con i giovani. Secondo 3P, nei rapporti umani, bisogna andare al di là della superficialità, guardando «prima di tutto alla persona poi al personaggio» e riuscendo a cogliere i drammi, sensibilmente, di ciascuno. Sarebbe opportuno essere caritatevoli, «essere sempre disponibili, pronti a cogliere l’essenza delle persone, degli accadimenti, ricondurli a Dio».

Leggendo alcuni documenti conservati nell’Archivio di Giuseppe Puglisi, colpiscono tre lettere inviate dal sacerdote a una amica, Rosalba Peligra. Conobbe Padre Puglisi intorno ai quindici anni, presso il collegio delle suore Basiliane di Santa Macrina. Quando lei si trasferì a Milano, il loro rapporto di amicizia è continuato, un contatto mantenuto fino al giorno prima dell’omicidio. Rosalba nell’intervista racconta come la vicinanza di don Pino e la sua assistenza spirituale l’abbiano aiutata in un periodo di depressione. «Avevo 14-15 anni, ero orfana di padre e mi trovavo nel collegio delle suore Basiliane di Santa Macrina, nella zona di Romagnolo a Palermo», racconta Rosalba, «Puglisi era il nostro cappellano, celebrava la messa e ci confessava. Durante la lunga confessione, che era anche direzione spirituale, raccontavamo le nostre disavventure e i nostri problemi familiari. È sempre stato un grande e attento ascoltatore, la confessione durava tanto, le ginocchia scricchiolavano. Ascoltava attentamente e dopo lunghi silenzi esprimeva il suo consiglio».

Il linguaggio utilizzato da don Pino aiutava a riflettere, era semplice e spiritoso. «Le sue parole responsabilizzavano l’altro. Non ti diceva fai cosi ma che ne diresti di?», continua Rosalba «Non imponeva, non obbligava. Valorizzava sempre le doti positive che una persona possedeva per spingerla a fare, a dare, a inserirsi in un gruppo».

A Godrano, dove nel 1970 divenne parroco della chiesa Maria SS. Immacolata, provò ad aprire un dialogo con i protestanti. Quanto riuscì a fare negli otto anni in questo piccolo paese è difficile da riassumere in poche righe. La sua grande capacità persuasiva, non solo a parole ma anche con i fatti, fece sì che alcune famiglie si riconciliarono.

Il suo cammino rispecchia il suo pensiero: i campi-scuola sono uno dei momenti durante i quali 3P sviluppa e condivide con i giovani tematiche profonde e a lui molto care, come l’amore e l’amicizia, il senso della vita e l’esempio di Cristo.

Dialogare, secondo 3P, significa essere consapevoli della diversità dei nostri simili: «Spesso infatti noi assumiamo dei ruoli, delle maschere a seconda delle varie realtà, dei vari ambienti; appunto per questo non dialoghiamo con l’essere profondo degli altri perché siamo a contatto con delle maschere, non con delle persone». Ciò di cui parlava don Pino è ancora attuale: l’incomunicabilità, per esempio, è uno dei casi più frequenti nelle relazioni. «Casi di incomunicabilità si verificano anche quando i due dialoganti sono chiusi nelle loro convinzioni personali e né l’uno né l’altro vogliono staccarsene. Bisogna in questo caso essere capaci di calarsi nei panni degli altri, essere capaci di critica e autocritica».

A Brancaccio invece, all’inizio degli anni 90,  rivolse una serie di appelli ai mafiosi, invitandoli alla conversione. Qui operò direttamente nel territorio, lavorando a stretto contatto con il Comitato Intercondominiale, inviando insieme a loro un centinaio di lettere alle istituzioni per chiedere l’apertura di una scuola media, un presidio sanitario, una palestra. La sua comunicazione, che da qui potrebbe essere definita di tipo extraterritoriale e indirizzata alle istituzioni, trovò molti punti di incontro con quella del Comitato Intercondominiale.

Il suo forte ruolo sociale, nel periodo in cui era parroco a Brancaccio, non fu però capace di attrarre l’attenzione della stampa nazionale. Soltanto il Giornale di Sicilia e Il Manifesto (quest’ultimo pubblicò un articolo nell’agosto nel 1993) trattarono le vicende accadute a Brancaccio tra il 90 e il 93.

Perché i giornali non scrivevano di padre Puglisi? «I giornalisti e la Chiesa non colsero la gravità della situazione. Don Pino era un comunicatore, ma non uno che urlava. In quel periodo don Turturro, all’epoca uno dei sacerdoti antimafia, aveva una comunicazione diversa da quella di Puglisi, cercando il sensazionalismo per avere spazio sui giornali» ha dichiarato Salvo Palazzolo, giornalista del quotidiano Repubblica, «Puglisi non incarnava il clichè del prete antimafia. Fino ad allora i veri preti antimafia erano altri, come il già citato Don Turturro, che faceva denunce eclatanti. Puglisi non denunciò le minacce, mentre Turturro sì».

All’interno del saggio anche alcune testimonianze, tra cui quella di Pino Martinez, membro del Comitato Intercondominiale della via Hazon, Rosalba Peligra, amica del parroco fin dagli anni 60, e il giornalista Salvo Palazzolo


 

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