Istanbul non sventola bandiera bianca

Di Gaia Garofalo – Il 2018 è il quarto anno di fila che il governo Erdogan bandisce dalle proprie strade la sfilata del Gay Pride. È anche il quarto anno di fila che l’arcobaleno turco se ne infischia e meravigliosamente invade le strade di Istanbul.

Si giustifica il divieto del Gay Pride prendendo dal sacco dei motivi di sicurezza quando per un intero decennio fino al 2013, i cortei della rappresentanza LGBT si sono sempre svolti. Al primo Gay Pride ad Istanbul i partecipanti erano non più di una trentina, ma è cresciuto esponenzialmente ogni anno, tanto da arrivare a 30.000 persone nel 2012; solo qualche zero in più. La marcia ad Istanbul è la più grande nel mondo musulmano.

Secondo la legge numero 5442, la richiesta non è stata approvata a causa dei gesti provocatori che potrebbero toccare la parte sensibile della popolazione e quindi «creare un disordine pubblico, attaccando il benessere, la tranquillità e la sicurezza degli abitanti, nonché quella dei turisti e degli stessi partecipanti», dopo che gruppi ultranazionalisti e islamisti hanno minacciato di impedirla. Sembra quasi una barzelletta paradossale: chiudere le possibilità perché “altri” minacciano di chiudere le possibilità. Come quando si sente qualcuno chiedere il motivo di una manifestazione così sfacciata e accesa. La risposta probabilmente la troviamo qui.

Quello del primo luglio è stato un pomeriggio di alte tensioni in piazza Taksim; la polizia schierata in antisommossa già dal mattino, ha caricato più volte anche con l’utilizzo di proiettili di gomma, gas urticanti e aizzando i cani delle forze dell’ordine la folla di gente manifestante la propria libertà. Ma lo spezzone principale del corteo si è riunito in una traversa di viale Istiklal, area centrale della zona di Taksim. Alzando le loro voci, hanno letto un comunicato per denunciare la “discriminazione contro una parte ben precisa della società”, definendo “comiche” le motivazioni date per spiegare l’illegalità del Gay Pride.

D’altronde quest’anno il presidente della Turchia ha sentenziato come “inappropriata” la suddetta marcia e lo scorso anno le persone fermate sono state obbligate ad ascoltare versi del Corano nelle auto della polizia. Sempre nel 2017 tornano vibranti le parole di un portavoce di KAOS GL quando venne annunciato il divieto: «Crediamo che la polizia ci disperderà. Fuggiremo, e ci raduneremo di nuovo nelle strade laterali. La polizia ci caccerà, scapperemo di nuovo per raggrupparci tante volte quante sarà possibile». Un annuncio che incarna quello che rimane della piena consapevolezza di una condizione e la forza di chi ne vuole squarciare la realtà.  

Hande_Kader_2015
Hande Kader

L’omosessualità è legale solo ufficialmente. Nel 2016 – a dimostrazione della tensione e della violenza tuttora viva – è stato ritrovato il cadavere stuprato, mutilato e bruciato di Hande Kader, giovane donna transgender, simbolo della rivolta contro la repressione turca alla comunità LGBT.

Nella capitale Ankara la visione della pellicola Pride è stata cancellata e secondo le Nazioni Unite più di 160.000 persone sono state arrestate di cui 50.000 sono rimaste in galera aspettando il processo.

Questa è una minima lista delle ingiustizie, delle azioni riprovevoli – si ha davvero una parola legittimata per nominare ciò? – attuate all’interno di una gabbia a forma di nazione.

Il popolo continuerà a ribellarsi, a vestirsi e spogliarsi, a tornare alla propria bellezza d’identità, ad avere paura e ad avere coraggio. Istanbul non sventola bandiera bianca, ma coloratissima, favolosa, orgogliosa, viva, al di là di tutto, come una bussola verso la libertà. L’essere umano va avanti, a dispetto degli ostacoli.


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