La fine di un ciclo di guerriglia: lo scioglimento dell’ETA

Di Marco Cerniglia – Sessant’anni di esistenza, di lotta armata, e più di 800 vittime; questo è il bilancio della guerra personale di Euskadi Ta Askatasuna, traducibile in italiano come “Paese Basco e Libertà”. Tutto finito, dichiarano i rimanenti militanti in una lettera, in cui annunciano lo scioglimento totale, sia dal punto di vista politico che militare, del movimento che ha caratterizzato un pezzo di storia molto sanguinario della Spagna.

L’ETA nasce nel Luglio del 1959, vent’anni dopo la presa di potere del generale Francisco Franco e delle sue milizie. L’idea originaria era riavviare l’attività di resistenza contro la repressione franchista, e difendere la regione chiamata Euskal Herria, divisa tra Spagna e Francia dai Pirenei, e che include tutti i territori di lingua e cultura basca.

Il primo attentato avvenne nel 1961, contro un treno di veterani diretto ad una commemorazione del regime per l’anniversario del colpo di stato del 1936, ma non causò vittime; portò invece ad una intensificazione della repressione da parte dei militari, rafforzata dalle violenze e dalle torture verso i sospettati.

Il 1968 segna l’effettivo inizio della scia di vittime del movimento, con l’uccisione di un soldato della Guardia Civil a Giugno, e un attacco ancora più clamoroso ad Agosto; viene infatti ucciso a colpi di pistola il capo della polizia politica Melitòn Manzanas, molto attivo e duro nella repressione dei dissidenti baschi, noto per essere istigatore di violenze e torture nei confronti dei prigionieri del movimento.

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Ciò che resta del manto stradale dopo l’attentato

Ma l’attentato più famoso di quel periodo avviene nel 1973: Franco, pur rimanendo capo dell’esercito e Presidente della Spagna, aveva abbandonato l’incarico di Primo Ministro, affidandolo a uno dei suoi fedelissimi, l’Ammiraglio Luis Carrero Blanco, di fatto considerato quindi il suo successore. Tuttavia, il 20 Dicembre di quell’anno, a Madrid, fu fatto esplodere il tratto di strada su cui stava passando la sua macchina. Le ferite riportate da Blanco saranno troppo gravi, e morirà poco dopo. Questo attacco segnerà la fine delle misure repressive del regime franchista contro gli indipendentisti baschi: nel 1975, poi, la morte di Franco segnerà la transizione verso la democrazia.

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Una scena di quel 19 giugno 1987 a Barcellona

Nonostante questo passaggio, però, l’ETA non fermò i suoi attacchi: anzi, il periodo degli anni Ottanta vide una recrudescenza degli attentati, nonostante le amnistie del re Juan Carlos, la maggiore autonomia regionale basca e la creazione di un corpo di polizia autonomo dalla capitale Madrid. La maggior parte delle vittime degli attacchi di questi anni saranno agenti della Guardia Civil, con numeri sopra il centinaio, e anche attacchi su innocenti, come l’autobomba del 1987, che causò la morte di 21 persone a Barcellona, e definita uno sbaglio dagli stessi attentatori.

Alla fine degli anni Novanta inizia poi un crollo dei consensi per l’ETA, fino a quel momento piena di sostenitori nelle regioni basche, e rappresentata politicamente dal partito separatista Harri Batasuna; dopo il fallimento degli attentati al re Juan Carlos e all’allora futuro premier José Maria Aznar, in un tentativo di ottenere la libertà per i militanti detenuti nelle prigioni spagnole, venne rapito Miguel Angel Blasco, giovane leader del Partito Popolare basco, con la minaccia di giustiziarlo dopo 48 ore. Nonostante la mobilitazione di tutta la Spagna, verrà lasciato agonizzante da due colpi alla nuca, e morirà quella notte stessa. Da allora venne meno l’unità basca dietro ai guerriglieri, che di lì a poco verranno decimati da un’ondata di arresti antiterrorismo anche a seguito dell’11 Settembre 2001, e resi illegittimi dalla dichiarazione di un tribunale spagnolo, che renderà illegale il partito Batasuna nel 2003.

Dopo una serie di disarmi forzati e arresti, arriviamo quindi ad Aprile 2018, e alla lettera che, oltre a dichiarare lo scioglimento dell’ETA, chiede scusa ai parenti delle 853 vittime. I familiari, tuttavia, non accettano le scuse, dichiarando che la lettera non collabora in alcun modo per dare giustizia alle famiglie dei morti. La vicenda non è ancora da considerarsi alla sua conclusione.


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