David Buckel, noi restiamo qui

Di Gaia Garofalo – Sabato 14 aprile, alle 6:30 del mattino, David Stroh Buckel si è suicidato nel Prospect park di Brooklyn, dandosi fuoco dopo essersi cosparso di benzina. Le ragioni di questo atto tanto disperato quanto ragionato – da molti paragonata alle autoimmolazioni dei monaci buddisti durante la guerra del Vietnam – sono state rese note da Buckel stesso tramite delle mail spedite alle maggiori testate Usa, nonché da un biglietto manoscritto trovato in un carrello (assieme ad alcuni effetti personali) vicino al luogo del decesso:

«Sono David Buckel e mi sono appena dato fuoco: un suicidio di protesta. Brucio nella benzina che uccide il nostro pianeta. La maggior parte degli esseri umani sul pianeta respira aria resa malsana dai combustibili fossili e molti di loro muoiono prematuramente: la mia morte precoce causata dalla benzina riflette ciò che stiamo facendo a noi stessi».

La storia di Buckel è fatta di vicende giudiziarie, anche se a chiamarle così si penserebbe a fredde arringhe da tribunale. Si tratta in realtà di vere e proprie lotte a favore dei diritti umani da riconoscere dovunque, da qualsiasi voce.

Lo portano alla ribalta delle cronache nel 1996 quando – in qualità di presidente della Lambda Legal – decide di assistere il giovane Jamie Nabozny nel processo contro Mary Podlezny, la preside della scuola media di Ashland (Wisconsin) che si era categoricamente rifiutata di prendere provvedimenti nei confronti di bulli omofobi.

Nel 2000, Buckel patrocinò il caso “Brandon contro la contea di Richardson” (località del ruralissimo Nebraska). Il più famoso caso di transfobia verificatosi negli Stati Uniti, e forse uno dei più conosciuti. Il ragazzo, nato nel dicembre del 1972, è deceduto in seguito a violenza e stupro nel dicembre 1993. Buckel perorò e vinse la causa della madre del ragazzo, assicurando che la provata negligenza dello sceriffo della contea nel vigilare sulla sicurezza di Teena, fosse pienamente sanzionata.

Questi processi sono stati il prodromo per le successive azioni legali.
Ma David Buckel era anche passione, frustrazione, giustizia e fedeltà per quel che potrebbe essere il mondo. Alla fine ci ha creduto meno oppure molto più di quanto abbia mai fatto. Assolutamente incomprensibile questo gesto, “atto folle” lo chiamerebbero alcuni; inutile perfino.

Il punto non è questo in ogni caso. Il punto è l’addio, è una speranza morta insieme ad essa stessa. Dire: “fate voi, io questo sono stato, io questo ho fatto, riprendete il mondo su cui adesso giaccio, per me che come voi sono, ero”. Chissà cosa passa per la testa, per arrivare a un atto tanto estremo quale è il suicidio e, ancor di più, il suicidio di protesta. E a noi cosa passa per la testa? Stiamo continuando a bruciarci la pelle senza accorgimento e prudenza. Noi tra poco finiremo di leggere questo articolo e resta tutto qui. Lui resta in pace.


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