Iqbal, il bambino che sfidò il racket dei tappeti in Pakistan

Di Saida Massoussi – Era il 16 Aprile del 1955. Mentre ritornava a casa in bicicletta nel suo villaggio Muritke in Pakistan, Iqbal Masih perdeva la vita ucciso dagli uomini della mafia dei tappeti pakistani. All’’epoca dell’’uccisione Iqbal aveva solo 12 anni. Venne assassinato perché aveva avuto il coraggio di denunciare lo sfruttamento minorile dilagante nel suo Paese.

Nato nel 1983 in una famiglia molto povera, fu venduto dal padre ad un venditore di tappeti per pagare un debito di 12 dollari. Per circa quattro anni fu costretto a lavorare – come altre migliaia di bambini – dalle 10 alle 12 ore al giorno incatenato al telaio e sottonutrito.

Un giorno scappò di nascosto dalla fabbrica e partecipò ad una manifestazione del Fronte di liberazione del lavoro forzato in Pakistan; fu in quella occasione che conobbe Ullah Khan, leader del Fronte, che sarebbe diventato in seguito suo mentore. Ritornato in  fabbrica si rifiutò di continuare a lavorare fino a quando lui e la famiglia furono costretti ad allontanarsi dal villaggio e il ragazzo, ospitato dal fronte nazionale, poté riprendere a studiare.

INFRA
Ullah Khan incontra un timido e timoroso Iqbal Masih

Iqbal non si limitò ad ottenere la libertà, sapeva che la sua condizione rifletteva quella di milioni di bambini nel suo Paese e nel mondo; fu così che incominciò a viaggiare e partecipò a diverse conferenze internazionali contro lo sfruttamento minorile divenendo portavoce dei diritti dei minori e sensibilizzando l’opinione pubblica mondiale. Iqbal divenne un vero e proprio attivista.

Nel 1944 partecipò a Stoccolma ad una campagna di boicottaggio dei tappeti pakistani e le sue denunce  costrinsero il governo pakistano a far chiudere diverse fabbriche di tappeti. In occasione della conferenza affermò: «Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite» e forte di questa convinzione spese i 15.000 dollari, ottenuti come premio, per finanziare una scuola in Pakistan.

Nello stesso anno, presso l’Università di Boston, ricevette il premio Rebook Human Rights Award. Nel 2000 – postumo – ricevette alla sua memoria il World’s Children’s Price, premio per i diritti dei bambini.

Realtà ancora molto diffusa quella dello sfruttamento minorile; la situazione dal 1995 ad oggi non è molto migliorata; secondo alcune stime nel mondo sono più di 150 milioni i bambini che vengono impiegati in lavori che mettono a repentaglio la loro salute fisica e mentale. Il fenomeno è concentrato soprattutto nelle aree più povere del mondo (in primis Pakistan, Cambogia,  Brasile) come sottoprodotto della povertà, ma non mancano casi di minori sfruttati anche in molti paesi  sviluppati dell’Europa e negli Stati Uniti.

 «Da grande», diceva Iqbal, «voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo». Il sogno di Iqbal  è stato spezzato, lui non divenne mai grande, ma il suo ricordo è ancora vivo. Il suo coraggio e la sua voce sono rimasti il simbolo di una lotta ancora aperta; Iqbal rivive oggi nelle centinaia di organizzazioni, di movimenti di liberazione e di raccolte fondi internazionali per la creazione di scuole intitolate a suo nome.


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