Palermo, una sera del 2018

Di Ester Di Bona – Tra le luci dei lampioni e dei negozi del centro storico, risate e questioni irrisolte riempiono l’aria che si respira in un meraviglioso senso di familiarità. Per le vie di Palermo, capitale della cultura, è facile incontrare le personalità più disparate: basta voltare un attimo le spalle alla monotonia della routine quotidiana e lasciarsi abbracciare dallo spontaneo senso di condivisione radicato nell’essere umano.

Camminando lungo uno degli stradoni principale, m’imbatto in un insolito varco, un vuoto improvviso dentro cui si scorge una piccola figura: un uomo in mezzo alle coperte, fissa le persone accarezzando i suoi due cani. Ha la pelle consumata e rovinata, i vestiti ridotti ad uno straccio: chiaramente è un barbone. Domanda soldi senza alcuna reale pretesa. Accanto a sé ha del vino in cartone. Centinaia di volti differenti incontrano svogliatamente il mio, girandosi subito dall’altra parte: faccio lo stesso con il suo. Il mio passo però è ora più lento, più pesante e gravoso. Vorrei fermarmi un attimo, chiedergli come sta, chi era prima di vivere così, come è stato possibile tutto ciò, se ha bisogno di aiuto. Mi lascio però trascinare dall’indifferenza collettiva e dai miei impegni, andando avanti per la mia strada.

Due ore dopo, percorrendo lo stesso tratto, torno nuovamente per la strada principale e trovo nuovamente quel varco, stavolta allargato: l’uomo è a gattoni, per terra, al centro della strada, saturo d’alcol, impreca al cielo o dio solo sa a chi. Il suo cane gli sta accanto fedelmente, assicurandosi che lui stia bene e che nessuno si avvicini troppo.

Le persone intanto mi sorpassano ridendo di lui, vomitandogli addosso sguardi di disgusto, alcuni preferiscono addirittura fare il giro largo, altri gli camminano quasi di sopra. «Guarda quello!», «Che schifo», «Perché non chiamano la polizia?», «Fagli una foto!».

Sento il sangue ribollire dentro fissando quell’uomo accerchiato da gente in movimento che finge di non vederlo. Non è giusto! continuo a ripetere tra me e me. Mi accovaccio verso di lui e poggiandogli una mano sulla spalla gli chiedo «…Lo vuole un caffè?».

È straniero, ma accetta volentieri, biascicando un confuso , e gli propongo di aspettare lì. Il bar più vicino era a 5 minuti di distanza. Impiego 10 minuti, andata e ritorno, mentre la gente continua ad andare e venire, e quella che inizialmente mi sembrava una grande famiglia, pronta a condividere la propria vita, improvvisamente è diventata ai miei occhi una massa di esseri velenosi e privi di qualsiasi virtù.

Arrivata sul luogo d’incontro non trovo nessuno. Sono sparite le sue coperte, i suoi cani e, ovviamente, anche lui. Confusa e con il caffè ancora tiepido in mano, mi guardo intorno spaesata e preoccupata, cercando di capire cosa possa essergli successo. Alle mie spalle scorgo una figura rannicchiata sugli scalini di un portone, nascosto dalle coperte: capisco che si è semplicemente spostato.

Mi incammino, sollevata, verso di lui, porgendogli il caffè. Mi fissa con fatica per una manciata di secondi, poi capisco che il caffè «lo prende zuccherato». Ridendo, mi inginocchio e gli verso lo zucchero, lo mescolo meticolosamente e glielo porgo nuovamente. Per la prima volta, finalmente, lo guardo negli occhi: erano color cielo, limpidi, ma estremamente vissuti. Quel genere di occhi che quando li vedi ne rimani accecato, e rimpiango di non averli guardati prima.

Con il caffè tra le mani e con un accento che non riesco a identificare mi dice «Signorina, grazie». Ci stringiamo caldamente le mani e ci salutiamo.

Intorno la gente continuava a passarci accanto e ad ignorare – stavolta – entrambi. Eravamo entrati in una curiosa bolla invisibile di pregiudizio ed indifferenza. Ma eravamo in due.


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