Maria Guadalupe Hernandez Flores, l’attivista femminista torturata e uccisa

Di Alessandra Fazio – Siamo in Messico, stato nel quale la violenza e la criminalità toccano punti piuttosto elevati; stato nel quale le minoranze, le donne, i “meno visibili” non hanno voce e non fanno testo. Sono un numero, un numero insignificante del quale si può anche fare a meno.

Il Messico è lo stato-emblema del femminicidio e della violenza. Nel 2017 ha raggiunto il record di morti ammazzati, secondo soltanto alla Siria. Morti dovute al narcotraffico, alla violenza di genere, alla politica, all’espressione e alla tutela dei diritti umani. Ragion per cui lo scorso anno è stata emanata una  nuova legge contro la tortura che ne sancisce l’assoluto divieto e vieta l’utilizzo di “prove” ottenute mediante tortura, durante lo svolgimento dei processi.

Eppure tutto questo non basta e non è bastato a salvare la vita di coloro i quali lottano contro la criminalità e a favore di tali diritti. Questo è ciò che è accaduto a Maria Guadalupe Hernandez Flores, trentasettenne, attivista  per i diritti umani e di genere, comunemente conosciuta coi nomi Kleo o Lucrecia, della quale è stato ritrovato il cadavere lo scorso 20 Marzo in una zona della comunità di Arroyo del Durazno, nel comune di Coroneo, a Guanajuato.

Secondo quanto riportato nelle dichiarazioni del Procuratore Generale dello Stato, pare che la donna sia stata uccisa con un colpo di pistola alla testa, dopo essere stata torturata. La sua è stata una continua e intensa lotta contro il patriarcato, in difesa dei diritti delle donne lesbiche e in generale dei soggetti Lgbt (la sigla utilizzata per identificare complessivamente persone lesbiche, gay, bisex e trans gender).

La Commissione Nazionale ha sottolineato che l’uccisione di Kleo rientra tra i crimini internazionali e che pertanto dovranno essere svolte delle approfondite indagini al fine di poter punire i colpevoli e coloro che, anche indirettamente, ne abbiano conoscenza e continuano a tacere. Ma la tutela dello Stato pare quasi un’utopia, quasi inesistente se pensiamo che la maggior parte di tali crimini in Messico resta impunita. Kleo è l’ennesima vittima dell’intolleranza, della non accettazione di ciò che è diverso, del silenzio e dell’indifferenza.

È morta così, da combattente, da sostenitrice di quelli che per natura dovrebbero essere considerati diritti umani sin dalla nascita e non in virtù di una legge che ne dispone in merito.

Kleo è morta così come muoiono tutti coloro che lottano per provare a cambiare le cose; per provare a cambiare un mondo fatto di ingiustizie, per migliorarlo; per evitare che la gente venga torturata e uccisa soltanto per aver scelto una vita diversa, che non rientra in quelli che sono considerati canoni, regole: consapevole di ciò che avrebbe potuto subire.

La giovane attivista ha lottato fino alla fine, ha avuto il coraggio di credere in qualcosa in cui non tutti credono o nei confronti del quale la gente sceglie di essere indifferente. Sì, sceglie, perché l’indifferenza è una scelta, così come l’odio. Si sceglie di non guardare, si sceglie il non cambiamento, si sceglie di non essere, si sceglie la paura.

Si sceglie tutto ciò che fa più comodo scegliere per stare nell’ombra: non rischiare. Si sceglie di non vivere perché ogni singola volta che viene uccisa una donna, una persona, viene ucciso ciascuno di noi. 

Con la morte di Kleo il mondo ha perso un persona importante, un esempio di lotta, di coraggio, di vita. Il mondo ha perso l’ennesima lotta contro le ingiustizie, e ha perso un po’ di sé stesso, dei suoi valori. E noi non possiamo stare a guardare. Non possiamo ancora tollerare tutto questo. Kleo e tutte le vittime di queste atrocità meritano giustizia, quella giustizia che non si può ottenere mediante il ricordo, ma soltanto attraverso l’azione.


 

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