“Il diritto di contare”: come i numeri hanno sconfitto i pregiudizi

Di Silvia Scalisi – Katherine, Dorothy e Mary sono tre donne, tre amiche, che lavorano come “calcolatrici” alla NASA, nei primi anni ’60, in un’atmosfera di frenesia nella corsa contro il tempo per battere i russi nella “conquista dello spazio”.

Fin qui, niente di strano: numerose donne, in fondo, lavoravano nel programma spaziale già da parecchi anni. Ma Katherine, Dorothy e Mary non sono tre donne qualunque: sono geniali, intraprendenti, brillanti; e sono di colore. Tre donne nere, in un’America sessista e fortemente razzista, che vivono con paura persino l’essere fermate dalla polizia mentre guidano, pur non avendo fatto nulla di male.

Tre donne invisibili (non a caso il titolo originale inglese è proprio “Hidden figures”, figure nascoste), costrette a subire quotidianamente umiliazioni di ogni tipo, solo per il colore della loro pelle: bagni separati, stanze separate, persino edifici separati, affinché i colleghi bianchi non abbiano alcun contatto con loro.

A seguito del lancio dell’astronauta russo Juri Gagarin, la NASA, per non essere da meno, si sente in dovere di lanciare in orbita il prima possibile l’astronauta americano John Glenn: sarà proprio in questo momento che Al Harrison (Kevin Costner), capo dello Space Task Group, chiederà l’aiuto di un esperto matematico in geometria analitica; e Dorothy, interpellata dal suo supervisore bianco Vivian Mitchell (Kirsten Dunst), farà proprio il nome dell’amica Katherine.

Il nuovo lavoro si mostra subito impegnativo per lei, anche (e soprattutto) per il clima di ostilità e tensione che si respira tra i suoi colleghi, tutti uomini e bianchi, che non accettano il fatto che una donna (di colore, per di più!) possa avere delle capacità superiori alle loro.

Ma Katherine va avanti: grazie alla sua tenacia, alla grinta che le trasmettono le sue amiche, che a loro volta combattono le loro battaglie (Mary riesce ad iscriversi alla facoltà di ingegneria, Dorothy conquisterà il posto di responsabile), ma che le danno comunque la forza per continuare, Katherine riuscirà a far emergere la sua genialità, impressionando tutti e capovolgendo quelli che, fino a quel momento, erano stati soltanto degli stupidi pregiudizi.

Persino l’astronauta John Glenn, poco prima del lancio in orbita, dal quale dipende la sua vita, confesserà allo stesso Harrison di fidarsi solo della “ragazza sveglia, quella brava coi numeri” e delle traiettorie da lei calcolate, a mano, senza l’ausilio del calcolatore IBM, appena inventato.

“Il diritto di contare” è davvero la storia di un riscatto a 360 gradi: non solo nei confronti degli uomini bianchi, ma anche delle donne (che non mostrano alcun tipo di solidarietà, tutt’altro), e persino degli stessi uomini di colore. Si resta sorpresi, infatti, nel vedere la reazione del marito di Mary alla notizia che la moglie vuole iscriversi all’Università (“Una donna nera ingegnere? Ma non si è mai sentito!”); o nel sentire la “gaffe” del futuro marito di Katherine, quando scopre del suo lavoro alla NASA (“Non credevo che facessero fare queste cose alle donne”).

Abbiamo davanti un film potente, dinamico, che descrive la lotta silenziosa di tre donne “nascoste”, che sono riuscite ad imporsi in un mondo maschilista e arrogante, che voleva relegarle all’anonimato: una storia vera, che testimonia quanto può essere dolorosa la lotta quotidiana ai pregiudizi, ma al tempo stesso quanto può essere gratificante la rivincita quando questi si sconfiggono.


 

 

 

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