La repressione delle donne ribelli nella storia: prima streghe, poi folli madri snaturate

Di Sabrina Landolina – Uno dei periodi peggiori della storia durò per cinque secoli e mezzo, caratterizzati dall’Inquisizione, lo Speciale tribunale ecclesiastico per la repressione dell’eresia, indetta dal Concilio di Verona nel 1184, e che si diffuse dopo il 1200 terminando soltanto nel 1782.

L’obiettivo paradossale non era condannare, ma redimere a ogni costo. Per farlo era ammessa la tortura – resa legale da papa Innocenzo IV nel 1252 – che continuava incessantemente fino a quando il condannato non si “pentiva”. All’interno di questa lunga epoca, infatti, troviamo le azioni più vergognose di cui la specie umana abbia mai potuto macchiarsi: abusi di potere, torture, accuse ingiuste, fanatismi religiosi e omicidi a sangue freddo.

I moniti di tale persecuzione furono sicuramente superstizioni e fanatismo, ma uno degli elementi che maggiormente contribuì a questa strage di innocenti fu la radicata misoginia e la considerazione che si aveva della donna.

Una delle soppressioni più crudeli fu la cosiddetta  «caccia alle streghe». Le streghe, ovvero, tutte le donne che furono accusate di esserlo, erano nubili o vedove, povere, vecchie, straniere, prostitute, ribelli, malinconiche e guaritrici. Molte di esse erano donne che avevano o mostravano indipendenza, coraggiose e di carattere, capaci di replicare e di difendersi.

Spesso relegate in una posizione marginale, queste donne trovano nei loro poteri una capacità di rivalsa. Infatti, le streghe, molto spesso, ricoprivamo un ruolo piuttosto importante nella comunità, considerate delle vere e proprie guaritrici di ogni estrazione sociale, di campagna o di città. Poiché profonde conoscitrici delle erbe e dei loro poteri, e ottime levatrici, praticavano aborti; erano quindi considerate figure in grado di gestire la fecondità e la sfera sessuale.

Le donne sospettate di stregoneria venivano sottoposte a varie “prove”, le ordalie, una di queste era la prova dell’acqua. Le sospettate venivano legate ad un masso e gettate in uno stagno o in un fiume: se riuscivano a galleggiare (e quindi l’acqua le “rifiutava”) erano sicuramente colpevoli; se affogavano, erano innocenti.

Le vittime avevano due scelte: confessare ed essere umiliate pubblicamente e spesso, nonostante tutto, anche condannate a morte, oppure rifiutare la propria colpevolezza ed essere arse vive sul rogo. Tutte – o quasi tutte – finivano col confessare colpe mai commesse sotto torture crudeli e disumane.

Come se non bastasse ciò che terrorizzava era il fatto che, contro tutte loro, instaurassero una vera e propria alleanza di genere. E questo, più di ogni altra ragione, portava sgomento nella società; talmente tanto da scatenare una paranoia che è poi degenerata in una vera e propria persecuzione, perché l’unione tra donne minacciava il controllo di una società prettamente maschile.

Nella seconda metà dell’Ottocento fino alla prima metà del Novecento, da uno studio svolto da Anna Carla Valeriano e Costantino Di Sante, si è appurato un altro pretesto di soppressione delle donne ribelli. Dalle cartelle cliniche del manicomio di Sant’Antonio Abate a Teramo, aperto dal 1881 al 1998, emergono informazioni e testimonianze di decine e decine di internamenti che con la follia avevano davvero poco a che fare e risalenti per lo più al Ventennio Fascista.

In questo periodo la propaganda mirava a mostrare e pubblicizzare un’immagine della donna come elemento portante della famiglia e della società: la sua unica funzione era quella di procreare il più possibile.

Alla luce di ciò, e con l’ampliarsi e l’irrigidirsi dei confini che definivano la “devianza” sociale, tutte le donne che non volevano aderire a quel modello erano destinate ad essere escluse e spesso internate. La categoria delle donne recluse nei manicomi era quella delle cosiddette “madri snaturate”, quelle cioè che per loro natura o per cause intervenute successivamente (un trauma o una depressione) non erano state in grado di assolvere ai compiti materni; frequentemente erano i famigliari stessi ad additarle e a richiederne l’allontanamento, spinti dall’indottrinamento martellante del regime. Spesso le donne erano semplicemente delle massaie rurali, che dopo aver avuto 12, 13 o 14 figli non riuscivano più a badare alla casa ed erano vittime di esaurimenti nervosi. A volte erano donne a cui l’esperienza traumatica di un bombardamento notturno aveva tolto il sonno, e che la famiglia allontanava come fossero pazze invece di dare loro supporto e consolazione.

Tutti gli altri reperti clinici riportano diagnosi curiose: utilizzavano i termini  “stravagante”, “irosa”, “impulsiva”, “nervosa”. Tutto questo testimonia quanto labile fosse il confine tra l’accettato e l’inaccettabile, tra il normale e il diverso.

Queste donne trascorrevano interi anni rinchiuse in queste strutture nella sporcizia e nel degrado, nonostante implorassero le famiglie di riprenderle con sé: le loro accorate lettere infatti troppo spesso non arrivavano a destinazione, e le troviamo ancora oggi miseramente allegate alle loro cartelle cliniche. Una di loro: «Mi trovo in questa sezione, tra malate d’ogni genere, tra le sofferenti, tra le asmatiche, tra le dementi, con visi stravolti, con il fetore della notte, da sentirmi difficile la respirazione. Oh questo è troppo, troppo».


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