La morte della giovane Mariam, un’aggressione razzista?

Di Saida Massoussi – Lo scorso 20 febbraio a Nottingham Mariam Moustafa, diciottenne italo-egiziana, veniva colpita a morte da un gruppo di coetanee che la pestavano brutalmente colpendola sul capo e sul corpo, portandola a un coma durato tre settimane, in seguito al quale Mariam sarebbe deceduta.

La vicenda mostra molti lati oscuri e ad una prima analisi sono molte le sfaccettature e le possibili motivazioni che stanno dietro a un gesto così brutale.

Secondo la polizia britannica Mariam potrebbe essere stata vittima di uno scambio di persona; le ragazze che l’hanno picchiata l’avrebbero confusa con una certa “Blake rose” (corrispondente ad un profilo snapchat) con cui avevano avuto dei litigi online. Mariam aveva già denunciato un’aggressione lo scorso agosto, anche allora ad opera di sue coetanee che le avevano rotto una gamba e avevano colpito anche la sorella minore Mallak.

La pista sembra quindi essere quella del bullismo, ma forse declinare un atto simile in tal modo è troppo semplice; molto forte sembra essere invece la pista del razzismo, un razzismo sempre più dilagante nel mondo britannico.

Secondo alcuni dati, infatti, nel 2017 vi è stato un incremento pari al 41% dei crimini a base razziale e religiosa. Da marzo inoltre sono state segnalate nel Regno Unito alcune lettere intestate “punish a muslim day”.  Il contenuto delle lettere consiste in una sorta di aberrante gioco a punti: 25 punti se si riesce a togliere il velo a una ragazza musulmana, 100 se si picchia un mussulmano, 500  se se ne uccide uno e  2.500 se si bombarda la Mecca.

Un modo come un altro per esprimere un odio sempre più crescente nei confronti dei musulmani che secondo gli autori delle lettere starebbero invadendo il mondo bianco per imporre la sharia. Mentre l’antiterrorismo britannico indaga sugli autori delle lettere, alcune di queste sono giunte anche in Parlamento nelle mani di diversi funzionari. In questo clima di odio razziale si può dare dunque un significato diverso alla morte di Mariam che può essere letta come il risultato di un  disagio sociale e di un’insofferenza crescenti.

A questa triste vicenda bisogna poi aggiungere il caso di malasanità britannica. La sera del pestaggio Mariam si era recata in ospedale e nonostante le sue ripetute richieste di aiuto, dopo poche ore era stata dimessa con la prognosi di un lieve trauma cranico, “così lieve” che l’avrebbe portata l’indomani ad un nuovo ricovero e al profondo coma dal quale non si è più risvegliata.

Una lettura approfondita della vicenda che tenga conto di tutti questi aspetti può essere forse l’unico modo per garantire un po’ di giustizia per la morte della giovane Mariam. “Sento che morirò in questa città” aveva detto Mariam a suo padre dopo aver lasciato la sua città natale, Roma, per trasferirsi insieme alla famiglia a Londra.


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